11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

venerdì 22 febbraio 2019

2829


Al di là di sporadici eventi straordinari, qual avrebbe avuto a poter essere riconosciuta la presentazione di quell’importante e impegnativa giornata, la vita quotidiana di Maddie non avrebbe avuto a poter essere considerata particolarmente diversa da quella di qualunque altra persona.
Con il proprio tempo canonicamente diviso in settimane, il calendario personale della donna dagli occhi color ghiaccio avrebbe avuto a doversi considerare popolato da attività più che consuete, vedendo il suo tempo ripartito in maniera più o meno paritaria fra la cura della propria casa, della propria famiglia e, ovviamente, di se stessa e del proprio lavoro.

Tutti i giorni, per Maddie, la sveglia suonava, o per meglio dire vibrava al suo polso sinistro, alle 6.40 in punto, e non perché ella avesse personalmente da dover rispettare un qualche particolare impegno lavorativo, quanto e piuttosto per garantirsi occasione di poter dedicare qualche romantica premura al risveglio del proprio amato Desmond, trascorrendo con lui il tempo che sarebbe stato loro concesso prima della sua partenza. E quasi ogni mattina, fra loro, avrebbe avuto così a doversi riconoscere sussistere una sorta di competizione, e una competizione volta a verificare chi sarebbe riuscito a sorprendere la controparte nel ridestarsi con margine sufficiente da iniziare a preparare la colazione, e a prepararla non tanto per se stesso, quanto e ancor più per l’altro. In verità, dovendo stendere un calendario dei risultati a medio termine, Maddie avrebbe avuto a potersi riconoscere in lieve vantaggio rispetto a Des, giacché egli, malgrado tutta la propria buona volontà, soprattutto in quell’ultimo periodo particolarmente ricco d’impegni professionali, talvolta non si poneva psicologicamente in grado di riaprire gli occhi, in termini tali per cui ella avrebbe potuto vantare, pertanto, una posizione di superiorità all’interno della loro ristretta classifica: nel lungo termine, comunque e tuttavia, la donna avrebbe dovuto ammettere quanto in verità avrebbe avuto a dover esser riconosciuto qual proprio il suo amato compagno ad averla viziata maggiormente, dando vita, a propria insaputa, a quella piccola disfida fra loro in conseguenza al desiderio, da parte di Maddie, di una condizione di parità, di equilibrio fra loro, all’interno del loro rapporto. Dopo la doccia, la colazione e la vestizione, quindi, da lunedì a venerdì, ma talvolta anche il sabato e sporadicamente la domenica, Desmond era solito uscire di casa entro le 8, al fine di poter essere comodamente in ufficio entro le 8.30. Ragione per la quale, quindi, da lunedì a venerdì, ma talvolta anche il sabato e sporadicamente la domenica, Maddie avrebbe potuto considerarsi l’unica inquilina di quel grande appartamento per le successive nove, dieci e, talvolta, persino undici o dodici ore, con un certo margine di manovra per lei utile a gestire, con una certa autonomia, la propria esistenza.
Quali impegni fissi, a occupare quel suo tempo in solitaria, avrebbero avuto a dover essere ricordati quelli del lunedì e del giovedì, alle ore 10, in compagnia della sua amica e strizzacervelli Jacqueline Marchetti; quelli del martedì e del venerdì, alle ore 15, in compagnia di Munahid Versini e Lorenzo Tavaglione, rispettivamente il medico specialista per la sua protesi e il suo fisioterapista; e quelli, in verità soltanto ogni due settimane, del mercoledì alle 17, in compagnia del suo agente e del suo editore, per la valutazione del proseguo dell’opera. Incastrati nel mezzo di ciò, poi, non sarebbe mancato tutto il tempo necessario per lo svolgimento delle questioni domestiche, quelle incombenze casalinghe quali principalmente riordino e pulizia, nonché il lavare e lo stirare, ma anche, e ovviamente, la cucina, nell’arte della quale stava continuamente cercando di migliorarsi, in una serie di ulteriori impegni fissi, insomma, ai quali non rinunciare, comunque, ad alternare il tempo altresì dedicato alla scrittura, con la trascrizione riordinata dei propri racconti, e la revisione, a posteriori, degli stessi, allo scopo di correggere eventuali errori, raffinare lo stile e quant’altro. E così, al di là di ogni facile critica al suo ruolo di casalinga e di scrittrice, ruoli per i quali in molti avrebbero potuto asserire in maniera estremamente ignorante quanto ella non avesse poi nulla di reale da fare per occupare la propria giornata, evidente sarebbe stato constatare quanto, delle canoniche ventiquattro ore, in effetti, ben poche avrebbero avuto a potersi per lei considerare effettivamente libere, e libere anche e soltanto per permetterle di andare a trovare i propri nipoti, farsi una passeggiata o, anche e soltanto, leggere un libro o guardare una serie televisiva, attività pertanto per lo più negoziate all’interno del tempo in condivisione a Desmond.

In tutto ciò per quanto consueta avrebbe avuto a poter apparire la sua esistenza quotidiana, in una situazione, dopotutto, ampliamente condivisa con un’infinità di altre persone al mondo, Maddie non avrebbe potuto considerare nulla, nella sua vita, meno che meraviglioso, godendo di ogni singolo istante a lei in essa concesso con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze. E in nulla, quindi, ella avrebbe avuto a doversi considerare invidiosa o, peggio ancora, nostalgica dei ricordi della quotidianità di Midda Bontor, prendendo ogni istante maggiore distanza psicologica da lei, nel riconoscere tanto l’assurdità propria di quelle fantasie, quanto l’incommensurabile valore del proprio attuale presente e, con esso, di quanto folle sarebbe stato ipotizzare di rinunciarvi…
… e rinunciarvi per cosa, poi?! Per una vita trascorsa nell’inconsapevolezza costante del proprio futuro, priva anche e soltanto della speranza di poter giungere viva a sera o al mattino successivo, incapace a dormire profondamente, fosse anche e soltanto per pochi minuti, nella costante necessità di mantenersi vigile e all’erta, pronta ad affrontare qualunque antagonista, qualunque avversario, qualunque minaccia avrebbe mai potuto sopraggiungere. Per una vita trascorsa in costante insoddisfazione, nella continua ricerca di nuove occasioni per dimostrare a se stessa e agli dei tutti il proprio valore, mai fermandosi, mai traendo un profondo respiro e godendosi, semplicemente, l’abbraccio del proprio uomo o la presenza dei propri figli al suo fianco e, anzi, seguendo percorsi atti a porre costantemente in dubbio, oltre alla propria, anche la loro stessa sopravvivenza, il loro stesso futuro, in un circolo vizioso apparentemente privo d’ogni possibilità di evasione, di interruzione.
No. Maddie non avrebbe potuto invidiare la vita quotidiana della Figlia di Marr’Mahew. Avrebbe potuto invidiarne la forza. Avrebbe potuto invidiarne il coraggio. Avrebbe potuto invidiarne la bellezza, desiderando obiettivamente anch’ella la possibilità di un corpo più tonico, più sensualmente curvilineo, qual quello proprio della sua gemella e qual quello che, obiettivamente, avrebbe avuto a doversi considerare una caratteristica fondamentale del personaggio Midda, con la procacità di seni, di fianchi, di glutei per lei rimasta purtroppo inespressa, in conseguenza a quei trenta e più anni di forzata immobilità. Quello ella avrebbe potuto invidiare di Midda, ogni qual volta si fosse ritrovata a confronto con uno specchio e l’immagine offerta al suo sguardo, con quelle forme così asciutte, così esili, così sciupate, non avrebbe potuto ovviare a risultare sbagliata nel confronto con i propri ricordi, e con i ricordi di un ben diverso aspetto, e di un aspetto per il quale provare un qualunque senso di pudore sarebbe stato paragonabile a una blasfemia contro gli dei, in un corpo sì votato alla guerra e pur, da ogni obiettivo punto di vista, chiaramente nato per l’amore. Ma al di là di una questione simile, al di là della vanità che avrebbe potuto sospingerla a rimpiangere le fiabe che la sua stessa mente le aveva narrato per tanto tempo, ella non avrebbe mai potuto invidiare altro di Midda, della sua vita, del suo mondo.
Così, per lo meno, ella aveva creduto sino ad allora, e ancor credeva, in maniera convinta e razionale, e così ella avrebbe continuato sicuramente a credere anche per gli anni a venire, vivendo la sua vita quotidiana giorno dopo giorno, nella serena quiete dell’affetto della propria famiglia, nell’ardente abbraccio dell’amore del proprio Desmond, se soltanto l’unica incommensurabile mancanza di quel mondo di fantasia, di quel costrutto della propria immaginazione, non avesse fatto capolino nella propria attuale realtà, e nell’unica, vera realtà, sopraggiungendo a lei, purtroppo, con qualche stagione di ritardo. Perché se la sua vita vera, reale, concreta aveva previsto qual protagonista, nella sua quotidianità, la meravigliosa, e immeritata, figura di Desmond; semplicemente crudele, da parte del destino, sarebbe stato avere a presentarle con quell’inaccettabile dilazione l’unico uomo che, se solo fosse stato lì presente sin dall’inizio con lei, non le avrebbe mai concesso la benché minima ragione di rimpianto, di remora, di nostalgia per quel mondo irreale… e averlo a presentare, e ripresentare, con ostinata insistenza più volte innanzi al suo sempre più frustrato sguardo.

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