11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 20 aprile 2008

101


A
ppartenente all’arcipelago di Lodes’Mia, la piccola Konyso’M era in esso la principale isola, sede del governo della repubblica marinara lì costituita. La sua superficie, di forma vagamente romboidale, era ricoperta nella sua metà settentrionale da una selva non curata di piante ed arbusti bassi e cespugliosi, adatti alla vita offerta dal terreno prevalentemente sabbioso, mentre nella metà meridionale ospitava la città, omonima rispetto alla stessa isola sua ospitante, con una popolazione non superiore al migliaio di anime. Sita nel mare di ponente, non distante dalle coste del continente di Qahr, l’isola vedeva come la maggior parte delle sue simili nel commercio e nella pesca la principale risorsa dell’economia locale: una piccola oasi di pace, in cui tutte le guerre ed i dissidi delle grandi terre emerse apparivano come problemi lontani, appartenenti ad una realtà straniera, aliena quasi.
La maggior parte dei konyso’mani nasceva, viveva e moriva all’interno dell’abbraccio protettivo offerto dall’isola e dalle altre sue pari nell’arcipelago, nutrendosi dei frutti offerti dagli dei del mare e concedendo pace e rispetto verso chiunque a loro giungesse. Ai regni di Qahr, del resto, la presenza di Konyso’M o delle altre isole di Lodes’Mia non rappresentava né motivo di disturbo né ragione di conquista: in una politica di assoluta neutralità, quelle presenze nei mari, così come ogni altra piccola isola loro simile, si ponevano solo come porti da poter sfruttare, scali in cui potersi rifugiare in ogni momento, non diversamente da quello che sarebbe stato nel caso di una dominazione diretta. Prendersi l’onere di annettere quelle realtà ad un regno avrebbe rappresentato per gli stessi regnanti solo uno spreco di risorse, non potendo ottenere vantaggi diversi da quelli di cui già essi godevano: e questa evidente verità era la miglior protezione di quelle piccole repubbliche, grazie alle quali esse potevano vivere serenamente le proprie esistenze senza preoccuparsi di nulla, o quasi.
In effetti un solo problema gravava periodicamente su Konyso’M, una seccatura comune a tutte le umane attività coinvolgenti i mari o le coste: la pirateria. I banditi dei mari, privi di qualsiasi bandiera e irrispettosi di qualunque legge sovrana, si muovevano periodicamente intorno all’intero continente, spingendosi forse anche oltre, per depredare le risorse loro offerte e vivere così in conseguenza della fatica e del lavoro di altri. La maggior parte delle flotte piratesche, comunque, raramente finivano con il ricorrere alla violenza, preferendo limitarsi alla razzia ed al ladrocinio nel rispetto delle popolazioni autoctone: ovviamente, laddove esse avessero offerto difesa alle loro azioni, l’utilizzo delle armi sarebbe stato ovviamente necessario. Tali occasioni, in realtà, raramente coinvolgevano le comunità democratiche delle isole, le quali preferivano offrirsi volontariamente ai fuorilegge, quasi come una vera e propria riscossione tributaria, piuttosto che incorrere in problemi peggiori. Nonostante questo non mancavano anche bande di pirati capeggiati da uomini o donne privi di scrupoli che per nulla erano interessati alla prosecuzione pacifica delle proprie ed altrui esistenze preferendo invece ricercare nella brutalità quasi sadica un vero e proprio sfogo fisico e psicologico ad un’esistenza per loro insoddisfacente.
E proprio durante l’avvistamento di una di queste ultime spiacevoli ed inattendibili brigate, un lieto evento stava avendo luogo nella piazza principale di Konyso’M, vedendo raggruppata quasi la totalità della popolazione locale, nonché diversi equipaggi di navi lì ormeggiate per ragioni di commercio o, semplicemente, per rifornire le proprie stive prima di proseguire la propria navigazione.

Heska e Mab’Luk si conoscevano fin da bambini: le loro famiglie, entrambe di artigiani, avevano case e botteghe adiacenti nel centro di Konyso’M ed i due, quasi coetanei, erano cresciuti insieme, affrontando con l’aiuto uno dell’altra le mille piccole insidie dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità. Prima amici, poi un giorno improvvisamente, o forse naturalmente, amanti, i due avevano atteso fino all’ultimo giorno del mese di Khooc per unirsi in matrimonio: la tradizione, in effetti, avrebbe richiesto di attendere il nuovo anno, con l’inizio della primavera ed il rifiorire della vita piuttosto che affidarsi all’autunno, soprattutto in una data tanto vicina al successivo mese di Tynov, considerato di malaugurio, ma la coppia appariva così perfetta, così affiata, così meravigliosa in un completamento reciproco da non essere proponibile per loro attendere ancora quattro mesi prima di consacrarsi una all’altro.


Heska, accanto allo sposo, si donava allo sguardo come una ninfa, se non addirittura una dea, dalla bellezza incomparabile. Lunghi capelli biondo chiaro, simile a raggi di sole, circondavano lisci ed ordinati un viso ovale, dalla pelle delicata e limpida, al centro del quale due grandi e luminosi occhi blu risplendevano della stessa tonalità del mare più profondo, ponendosi al di sopra di sottili labbra rese rosso corallo da uno strato di delicato trucco. Sulla cima del lei capo era posta una ghirlanda di fiori bianchi, simbolo della dea Vehnea, signora dei cieli, a cui la sposa veniva consacrata nella tradizione locale. Celeste era il di lei corpetto, ad avvolgere i seni giovani e delicati ed i fianchi sinuosi e sensuali. In bianco ed oro una corta giacchetta, utile in realtà solo a coprire le spalle e le scapole, risaliva alta attorno al tornito collo di lei, il quale si mostrava circondato a sua volta da un girocollo di pendenti cristallini in sintonia a similari orecchini ai di lei lobi. La braccia, lunghe ed affusolate, erano coperte da altra stoffa, formata in due maniche fra loro separate ma collegate da un lungo velo, a circondarle la schiena ed a ridiscendere lungo i fianchi. Agli stessi fianchi era un corto gonnellino argentato e decorato in azzurre pietre, sopra il quale si lasciava ricadere un altro velo simile a lunga veste ma risultante aperto nella sua parte anteriore. Le di lei gambe, a completare quel quadro di purezza, si concedevano avvolte in altissimi stivali bianchi, ornati in oro, intonati alla giacchetta sopra le di lei spalle.
Mab’Luk, accanto alla sposa, si presentava quale un giovane atletico, dal fisico snello e prestante. Corti ed arruffati capelli rossi, tendenti praticamente all’arancione, si ponevano a cornice di un viso poco più che adolescenziale, ornato da due occhi castani e da lieve lanugine, non ancora definibile come barba. Attorno al capo, similmente alla compagna, anch’egli presentava una corona di fiori, ma in questo caso di colore rosso vivo: quali simbolo del dio Thare, signore della terra, essi avrebbero offerto la loro benedizione sullo sposo. La parte superiore del di lui corpo era avvolta da una casacca egualmente rossa, tendente al bordeaux, lasciando parzialmente scoperte le braccia a loro volta però ricoperte da un velo traforato, del medesimo colore: nessun tatuaggio segnava la di lui pelle né si poteva intravedere su quegli arti, qual figlio di artigiani e non di marinai. La parte inferiore del corpo, similmente, si presentava con ampli pantaloni rosso chiaro, legati nel loro bordo inferiore sopra ai di lui polpacci, per lasciare libere le sue gambe fino ai piedi, dove semplici sandali ugualmente purpurei li proteggevano.

Splendidi i due sposi, circondati da parenti, amici, conoscenti ed anche totali estranei, tutti riuniti in quel gaudio giorno per festeggiare quel matrimonio, quell’unione sacra che avrebbe per sempre legato due anime, due cuori, due menti e due corpi, rendendoli uno solo: da quel momento fino alla fine dei loro giorni, le loro due vite sarebbero state una, condividendo i momenti gioiosi e quelli tristi, la forza e la debolezza, la ricchezza e la povertà. Nulla dei beni dello sposo sarebbero appartenuti solo ad egli, nulla dei beni della sposa sarebbero appartenuti solo ad ella: due famiglie, in quel matrimonio, avrebbero visti legati insieme i rispettivi futuri nell’unione dei due eredi. Ed una vita di pace ed amore sarebbe stato tutto ciò che essi avrebbero avuto, tutto ciò che essi avrebbero desiderato avere.
Ma, in quell’ultimo giorno prima del mese di Tynov, il cattivo presagio di quell’infausto periodo violò la serenità dell’evento, presentando la tragedia e la morte in tutta la propria maledetta sciagura.

« Pirati! I pirati sono all’orizzonte! »

2 commenti:

coubert ha detto...

:o

Un taglio netto col passato, eh?
Ho un paio di ideuzze su come potrebbe comparire Midda, e ti dirò, preferirei quella più sadica :evil:

(Felicitazioni agli sposini, sono proprio benvoluti da Thare :P )

Sean MacMalcom ha detto...

In realtà non è un taglio con il passato, ma un piccolo omaggio moooooolto implicito alla genialità di Robert E. Howard con il suo racconto "Nascerà una strega" ("A Witch Shall Be Born").
Il racconto in questione (che vi consiglio ovviamente come qualsiasi altro di Howard) incomincia mostrando una situazione totalmente estranea al contesto ad esso precedente, mostrando una serie di nuovi personaggi ed ambienti ed introducendo solo molto dopo (come personaggio quasi ospite, più che protagonista) la figura di Conan.
Questo stile, del resto, è stato riproposto anche da molti altri autori seriali: su due piedi mi giungono alla memoria molte storie di Ken Parker, ad esempio, ma anche alcune del più recente Jonathan Steele o di Dampyr.

Midda ricomparirà presto in scena... ed ovviamente avrà il ruolo da tigre che ha sempre avuto. Ma in questa avventura, se non cambierò idea strada facendo, sarà quasi un coprotagonista.

Una nota di fondo: per il titolo di questa nuova avventura ero indeciso fra due alternative, entrambe valide, ed è stata la mia cortese ospite a scegliere. Il titolo alternativo e scartato, per la cronaca, era "Per una spada".