11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

lunedì 21 aprile 2008

102


L’
annuncio dell’arrivo dei pirati sconvolse l’intera isola: quello che avrebbe dovuto essere un giorno di gioia e di felicità era improvvisamente diventato un appuntamento infausto, che avrebbe portato tragedia, dolore e, probabilmente, morte per tutti. Lontani quali erano dai periodi in cui le flotte banditesche “amiche” erano abituate a far scalo all’isola, per riscuotere le proprie tasse, a nessuno dei presenti fu offerto il dubbio sulla natura delle navi avvistate: esse non potevano che appartenere ad un’armata selvaggia ed incontrollata, contro cui non avrebbero potuto opporre alcuna difesa, non avrebbero saputo erigere alcuna protezione, ammesso che avessero avuto istinto a procedere in tal senso. Non era infatti nella mentalità di Konyso’M e dell’intera Lodes’Mia la predisposizione alla guerra, neppure per motivazioni di salvaguardia: incredibilmente rare, del resto, erano le incursioni di reali nemici, di avversari decisi ad offrire loro violenza, al punto che qualsiasi organizzazione in tal senso avrebbe perso rapidamente di significato. In effetti, nel passato remoto dell’arcipelago era la memoria di una flotta militare, una risposta volontaria e spontanea degli autoctoni ai pericoli offerti dal resto del mondo: ma, col trascorrere delle stagioni e degli anni, dei lustri e dei decenni, quel resto del mondo sembrava essersi dimenticato della loro esistenza, se non per ragioni di commercio, di pacifica interrelazione, ed in quella nuova distensione, in quel nuovo clima di pace anche il mantenimento di un esercito, di una marina militare, aveva presto perduto di significato.

« Quante navi? A che distanza? » si informò l’alcalde, facendosi spazio fra i due giovani promessi sposi per avvicinarsi al messo di una sì triste novella.
« Sono tre. » ansimò il giovane, proveniente da uno dei due fari del porto dell’isola, dove prestava servizio come tuttofare « Tre grandi fregate: montano vele bianche e bandiere nere. Sono pirati! » aggiunse, ribadendo il concetto già espresso con enfasi dettata dalla paura.

L’alcalde di Konyso’M, eletto regolarmente quattro anni prima dall’intera popolazione dell’isola, rispondeva al nome di Hayton Kipons. Originario dell’isola, egli era stato un tempo marinaio, prima, e capitano, poi, fino a quando, raggiunto un numero di inverni sulle spalle giudicato eccessivo per continuare nel proprio incarico, aveva preferito affidare a spalle più giovani e forti il compito di condurre uomini e donne attraverso i mari e le mille avventure in tali viaggi, attraccando definitivamente nel luogo in cui la sua vita aveva avuto inizio. Nella tranquillità dell’isola, priva di troppi formalismi in opposizione alla terra ferma, nulla avrebbe contraddistinto quell’uomo da qualsiasi altro vecchio pescatore: la ruvida pelle bruciata dal sole, i corti capelli ingrigiti dall’età, gli occhi chiari, il viso spigoloso e le braccia ricoperte di troppi tatuaggi lo rendevano fisicamente simile ad un uomo qualunque, e le sue vesti non gli concedevano di certo un aspetto di particolare rilievo, in una gialla camicia tenuta aperta sull’addome e bianchi pantaloni indossati sopra piedi scalzi. In quella giornata particolare di festa un particolare paramento dorato, una sorta di mantello appoggiato sopra la spalla destra, lo contraddistingueva nel proprio ruolo, nel proprio incarico d’autorità: al di là di ciò egli appariva normalmente semplice perché tale era ed era sempre stato. Un uomo pratico, privo di particolari ambizioni al di fuori di quella che egli giudicava essere l’unica importante: vivere serenamente la propria esistenza, senza permettersi rimpianti o rimorsi.

« A che distanza sono? » chiese nuovamente Hayton, cercando restare calmo mentre ormai tutta la folla lì radunata offriva segni sempre più forti di impazienza, di timore se non anche di terrore.
« Non più di mezz’ora di navigazione, continuando alla velocità attuale. » rispose il garzone, deglutendo affannosamente.

Erano trascorsi tredici anni dall’ultima incursione violenta di un’armata di bucanieri: un periodo molto lungo, troppo lungo per potersi dimostrare preparati ad affrontare il peggio, per saper immediatamente come agire, cosa fare e cosa non fare. La maggior parte dei presenti era troppo giovane per ricordarsi di tali eventi e coloro che, al contrario, ne avevano memoria avrebbero preferito poter dimenticare: Heska apparteneva a quest’ultima categoria, motivo per il quale si strinse immediatamente a Mab’Luk, in cerca di protezione. Tredici anni prima, ancora bambina, aveva visto sua madre, sua sorella maggiore e la madre del suo compagno venir prima stuprate e poi uccise insieme ad un altro gruppo di donne, salvandosi da un analogo destino di morte solo per l’intervento provvidenziale di suo padre e del padre di Mab’Luk: essi, separati come tutti gli altri uomini da loro per mano degli stessi pirati, di fronte alle grida strazianti delle vittime avevano trovato la forza di ribellarsi agli aguzzini ed in un impeto d’irrefrenabile ira avevano scoperto di possedere la forza di imbracciare delle armi improvvisate allo scopo di difendere ciò che amavano. Ma tutta la loro rabbia non era valsa ad evitare una vera e propria carneficina, nel corso della quale quasi la metà degli abitanti dell’intera isola erano stati sterminati: il ricordo di quell’infausto evento non poteva pertanto evitare di perseguitare la giovane sposa e chi, come lei, ne era stato innocente testimone.

« No… » sussurrò la giovane, stringendosi al quasi marito « Non ancora. Non oggi. » aggiunse, scuotendo il capo sull’orlo evidente di un crollo nervoso.
« Alcalde… cosa possiamo fare? » domandò il giovane, stringendola nel proporre anche la propria voce in aggiunta un coro sempre più numeroso di simili richieste.

Hayton restò per un lungo momento in silenzio, cercando di richiamare a sé tutta la propria esperienza, tutto il proprio bagaglio di ricordi di una vita vissuta sul mare, in lotta contro ogni genere di avversità. E quando prese parola, la sua voce sembrò tuonare sopra le altre, paradossalmente nel tono calmo e contenuto da egli adottato.

« Dati gli eventi funesti, mi ritrovo a richiedere la collaborazione di tutti i capitani qui presenti, certo che non vorranno abbandonare coloro che hanno da sempre offerto loro ospitalità. » esordì, passando in rassegna con lo sguardo uno ad uno tutti i volti estranei fra gli abitanti dell’isola « Le donne ed i maschi al di sotto dei quattordici anni vengano imbarcati sulle navi più grandi e più veloci: partite immediatamente, con solo ciò che avete indosso e null’altro. Non vi è tempo da perdere. »
« E verso dove dovremmo far rotta? » intervenne a domandare uno dei capitani interpellati.
« Non è importante. » rispose l’alcalde « Dirigetevi verso levante, a raggiungere un porto sicuro sul continente, oppure andate dove preferite. L’importante è che possiate portare al sicuro le nostre famiglie. »

Un movimento affermativo più o meno deciso di teste fu la risposta che venne offerta all’autorità principale di Konyso’M da parte degli equipaggi delle varie imbarcazioni: tutti figli del mare, non avrebbero concepito una risposta alternativa a quella, una negazione alla richiesta d’aiuto loro proposta da parte di coloro che avevano imparato a considerare concittadini, conterranei, essendo oltretutto loro privi di una reale città, di una precisa terra a cui fare riferimento come casa.

« E voi cosa farete? » domandò Heska, unendosi a molte altre eguali domande poste dalle donne lì presenti.
« Noi resteremo qui, a lottare per ciò che è nostro. » rispose Hayton, con voce ferma e fiera « Non saremo dei guerrieri, non saremo dei soldati… ma quest’isola è la nostra isola, queste case sono le nostre case, questa terra è la nostra terra ed a nessuno potrà essere concesso di portare nuova violenza ritrovando in noi solo la quiete del gregge condotto al macello. »
« Io non c’ero… » aggiunse rapido l’uomo, prima che qualche protesta potesse prendere voce, che qualche consiglio di arrendevolezza o di fuga potesse diffondersi nella popolazione « Io non ero qui tredici anni fa. Ma so che chi fra voi era presente, il ricordo degli orrori vissuti non può che essere vivo e forte. »
« Volete davvero offrire alle nuove generazioni quegli stessi ricordi? » continuò egli, ora quasi gridando tanto aveva alzato il tono di voce lasciandosi trasportare dallo stesso spirito con cui un tempo si imponeva sul proprio equipaggio « I nostri morti gridano ancora vendetta… vogliamo davvero negargliela? »

2 commenti:

coubert ha detto...

Mi piace l'alcalde!

Sean MacMalcom ha detto...

:D

Non ho ancora ben chiaro il suo destino. Ma piace anche a me! :D