11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

martedì 29 aprile 2008

110


A
bordo della Har’Krys-Mar, Heska ed uno dei gruppi di profughi di Konyso’M veleggiarono per quasi tre giorni prima di giungere in vista della costa occidentale del continente.
In tale tragitto i venti furono loro favorevoli ed il tempo che incontrarono si dimostrò assolutamente clemente, quasi gli dei volessero offrire loro le proprie scuse per la sciagura lasciata piombare sull’isola in un giorno originariamente fausto. Ma tutto ciò non fu sufficiente per rendere il viaggio confortevole per gli esuli.

La Har’Krys-Mar era una caracca di oltre centoventi piedi di lunghezza e quaranta di baglio, dotata di quattro alberi e due casseri: il primo a poppa, rendendo la medesima alta e tonda quasi simile ai fianchi di una fertile donna, ed il secondo a prua, in un portamento più forte ed aggressivo verso il mare con il quale si confrontava indomitamente da oltre quarant’anni. Offrendo al vento grandi e lucenti vele bianche ed alle onde una chiglia rosso fuoco, risplendente ed impetuosa nel confronto col color legno del resto della carpenteria, essa si concedeva allo sguardo sufficientemente ampia da poter assolvere ai propri compiti di natura mercantile in maniera più che efficiente e competitiva, senza, al contempo, giungere a competere con l’imponenza di grandi vascelli da guerra, di cui del resto non cercava imitazione.
A condurla attraverso le mille insidie della propria lunga esistenza, era l’azione perfetta di un vasto equipaggio formato da trentadue fra uomini e donne e comandato dall’esperienza e dal coraggio di capitan Cor-El. Donna matura ed apparentemente fredda nel proprio comportamento e nel rapporto con i propri compagni e subordinati, ella era stata per oltre vent’anni al servizio del precedente capitano della nave, iniziando come mozzo e proseguendo in una lenta ma tenace carriera che l’aveva vista giungere, prima, al ruolo di secondo in comando per, poi, ereditare il ruolo e la proprietà della caracca alla prematura dipartita del suo superiore e predecessore, secondo la consuetudine di successione comune ad ogni mare e regno. In contrapposizione a ciò che desiderava mostrare della propria emotività, del proprio animo, in un controllo completo su se stessa al pari della propria nave, ella era ben lontana dal risultare allo sguardo come gelida, priva di passionalità: il di lei corpo, nonostante la lontananza dalla fanciullezza, si concedeva allo sguardo come formoso, ricco di curve nei punti più adatti, sui seni e sui fianchi, in forme colme di una sensualità che solo nella maturità si poteva raggiungere in contrapposizione agli ancor acerbi corpi giovanili. Occhi ambrati risplendevano al centro di un viso tondo, appena segnato da poche rughe e circondato da alcuni ciuffi di capelli castano chiari, quasi biondi e bianchi, forse per effetto del sole o forse dell’età: tali boccoli, comunque, che non si concedevano nella propria integrità, coperti quali apparivano da un turbante turchese che poco o nulla permetteva di notare di essi. La di lei pelle si mostrava, poi, estremamente abbronzata, tale da farla apparire quasi una figlia dei regni centrali, del deserto, nonostante in origine essa fosse stata estremamente chiara, nell’apparenza tipica di diverse popolazioni del sud: solo i lunghi anni trascorsi sul ponte della nave, bruciando nei mille riflessi delle onde, le avevano donato quel colore, le avevano concesso quella naturale e utile protezione dagli effetti negativi del sole non ereditata dal sangue dei propri avi. Sulla stessa pelle, lungo le di lei braccia, non potevano mancare due complesse serie di tatuaggi, segno evidente della di lei esistenza votata al mare, simili eppure sempre diversi da quelli di qualsiasi altro marinaio: unici ornamenti per il di lei corpo, oltre ad essi, erano due serie di bracciali attorno ai polsi che insieme a vestiti in colori blu, suoi preferiti, completavano il semplice ma intrigante quadro da ella offerto.

Per Heska non fu il primo lungo viaggio affrontato nella propria vita: in due diverse occasioni aveva infatti avuto modo accompagnare il padre e qualche amico di famiglia fino al continente, fino ad uno dei vari porti presenti lungo il litorale. Nonostante ciò, ella era ben lontana dal potersi qualificare come esperta: nata nelle isole, sicuramente era una figlia del mare ma non per questo una marinaia adatta alla vita di bordo. Un conto, infatti, era la coesistenza con l’immensità blu delle acque nella breve navigazione a bordo di imbarcazioni di pescatori o, eventualmente, in qualche lunga nuotata seguendo le tranquille coste della propria terra, obiettivi che già per la maggior parte delle persone sarebbero apparsi irraggiungibili: tutt’altra cosa, al contrario, era vivere per giorni interi chiusi in un ambiente comunque limitato privati della benché minima intimità in ogni momento della giornata, come sarebbe stato anche quello della più vasta fra le navi. In quella particolare occasione, a peggiorare tale prospettiva non piacevole per lei come per ogni altro suo compagno di viaggio, fu l’ovvio sovraffollamento presente a bordo della nave: imbarcati in fretta e furia, con il solo pensiero di poter trovare salvezza dall’ira dei pirati, le donne ed i bambini dell’isola si erano ritrovati stipati come merci nel ventre della nave, costretti a seguire rigidi turni per poter godere della possibilità di respirare liberamente aria sul ponte della stessa. Nessuno fra loro era ovviamente prigioniero ed, in effetti, tutti i membri dell’equipaggio, a partire dal capitano fino a giungere all’ultimo dei mozzi, cercavano di dimostrare loro ma più totale cortesia ed affabilità: purtroppo, però, il ponte di un veliero non era progettato per accogliere una folla di gente loro pari e qualsiasi manovra, anche la più banale, sarebbe risultata ostacolata dalla presenza di un numero eccessivo di persone, soprattutto laddove estranee all’azione obbligatoriamente coordinata di un’affiatata squadra come solo poteva essere quella alla guida di una nave.
Tre giorni di viaggio, per quanto privi di imprevisti, furono in conseguenza di tutta quella particolare situazione decisamente stremanti e quando venne finalmente offerto il grido di « Terra! » una sensazione di gioia collettiva non poté evitare di conquistare tutti i presenti all’interno dell’abbraccio protettivo della Har’Krys-Mar.
La giovane dai capelli color del sole aveva svestito fin dalla partenza il proprio eccessivo ed ingombrante abito nuziale in favore di un completo più modesto, di foggia maschile, offertole da un giovane marinaio della nave con una taglia a lei simile. Seguendo i comandi dell’alcalde, alcuno fra loro aveva avuto la possibilità o il tempo di raccogliere i pur minimi effetti personali: ella, pertanto, avrebbe rischiato di dover mantenere quelle vesti diventate improvvisamente inutili e pesanti, psicologicamente oltre che fisicamente, se non fosse intervenuta la cortesia di un suo ospite, anfitrione a bordo di quella nave a lei sconosciuta. Ma il disagio di quell’impetuosa ed affrettata fuga dall’isola, per lei come per ogni altro abitante di Konyso’M, si dimostrò concreto solo dopo la conclusione dell’entusiasmo per l’avvistamento di un nuovo porto in cui approdare: tutti loro si sarebbero ritrovati, infatti, improvvisamente stranieri in terra straniera, privi di beni, privi di denaro. Anche considerando l’eventualità di aiuti offerti loro dall’equipaggio del veliero, approfittando ingiustamente di tutta la generosità che già stava venendo loro concessa, essi non avrebbero potuto resistere a lungo in quella situazione, non avrebbero potuto affrontare allo sbaraglio, quali a tutti gli effetti essi erano, il futuro che si parava loro di fronte: se l’idea della fuga dalla loro isola, dell’allontanamento dal pericolo rappresentato dai pirati era sembrata, nell’immediato, la migliore fra le alternative possibili, quella stessa soluzione ora sembrava a loro priva di un qualsivoglia realismo o giudizio.
Dove li avrebbe potuti condurre la diaspora, seppur speranzosamente temporanea, in cui erano stati coinvolti loro malgrado?
A quella domanda, nessuno fra loro poteva dare risposta, a quella domanda ognuno di loro temeva di dare risposta.

« Prego solo affinché Mab’Luk sia ancora in vita… » sussurrò la promessa sposa, invocando in cuor suo tutti gli dei a lei cari, perché potessero vegliare sul suo amato.

2 commenti:

coubert ha detto...

Oddio, in effetti è dura. Non han modo di sapere cosa è successo a casa, sono sperduti nel continente senza soldi nè bagaglio... e sono donne e bambini, no?

Sean MacMalcom ha detto...

Esattamundo. Solo donne e bambini al di sotto dei 14 anni... :-S