11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

giovedì 24 aprile 2008

105


M
ab’Luk osservò le piccole imbarcazioni dei pescatori partire rapide in direzione delle navi dei pirati, dividendosi in due gruppi per poter perseguire tanto la coppia diretta verso la stessa isola quanto quella in rotta sulla scia degli esuli. Nel contemplare l’alcalde ritto sulla prua di una di quelle barche, trasformate in armi da guerra di alto potenziale distruttivo, il giovane non poté fare a meno di ammirare quella figura: se a qualcuno fra loro fosse stata concessa la possibilità di ripensare in futuro a quel giorno, a quei momenti, con sorriso sulle labbra invece di incontrollato terrore, ciò sarebbe avvenuto solo grazie ad egli, per merito di quell’anziano ex-capitano con la pelle segnata dal sole e da una vita ricca di troppe avventure. Non concedendosi ulteriori perdite di tempo in quelle riflessioni sognatrici, il mancato sposo si scosse per unirsi a tutti i compagni rimasti ad attuare il proseguo del piano loro suggerito, iniziando a trasportare le residue scorte di pece per essere pronti a trasformare quella terra in fuoco distruttore, da opporre contro ogni ospite non desiderato che a loro si sarebbe potuto presentare.
Proprio nel trasporto di un’ennesima botte di pece, quando ormai i secondi all’inevitabile scontro fra le piccole imbarcazioni e le grandi navi dei pirati erano agli sgoccioli, lo sguardo del giovane dai capelli rossi fu attratto da una sagoma non lontana dai moli e dalla sabbia del porto: una forma vagamente umana si offriva galleggiante, come morta, sul filo dell’acqua, sospinta dalla corrente in un banco di alghe verso il bagnasciuga. Se da un lato lo sguardo di egli voleva osservare l’esito del primo scontro, capeggiato da Hayton, e da un altro lato il suo senso di responsabilità gli imponeva di non sprecare il poco tempo loro concesso nel dover prepararsi al peggio, continuando a trasportare la pece, un terzo frangente del suo pensiero lo spinse a non ignorare quell’immagine non lontana. Ammesso, ma non concesso, che fosse veramente una persona e non uno scherzo del mare, un dubbio attanagliava la di lui mente sull’identità di tale individuo. Chi avrebbe potuto essere? Un pirata, forse, giunto lì per coglierli di sorpresa? Oppure un prigioniero dei pirati che vedendo l’isola non distante poteva aver cercato la fuga e che, in tale atto, era stato forse scoperto ed, in conseguenza di ciò, ferito e lasciato a morire nelle acque del mare?
Incerto su cosa fare, il giovane si ritrovò ad essere muto spettatore dell’apertura delle ostilità nel mare non lontano.

Guidate dall’alcalde, quasi la metà delle barche di Konyso’M avevano navigato controvento e controcorrente per sospingersi verso le due fregate pirata a loro più prossime. Esse, nel vederli, avevano scatenato una blanda offensiva con arpioni e balestre, forse più per divertimento che per reale interesse a controbatterli: abituati quali erano all’inoffensività degli abitanti delle isole, i predoni non potevano avere la minima percezione degli intenti violenti che quel gruppo di pescatori desiderava loro opporre e poche, pertanto, erano le fiocine e le frecce che si stavano sprecando contro di essi, senza alcun impegno a colpirli nel mentre in cui grasse risate si levavano dai due ponti. Tale sottovalutazione, probabilmente, era stata prevista dal comandante della flotta di autoctoni il quale, senza accennare la minima difesa di fronte al leggero attacco, comandò con freddezza e controllo assoluto l’attuazione della semplice strategia ideata. Quando i pirati si poterono rendere conto di ciò che stava accadendo, dello sbaglio da loro commesso nel non considerare le potenzialità offensive delle proprie vittime, per loro fu troppo tardi: gettati in acqua molti barili di pece e dati alle fiamme nei loro contenuti instabili, grandi esplosioni videro squartati i fianchi di una delle due fregate.
L’attacco fu estremo e violento e, purtroppo, in esso non solo i predoni furono vittime ma anche gli stessi pacifici isolani che, troppo vicini ai barili da loro lì gettati, rimasero coinvolti e persero la vita: fiamme ardenti rendevano l’acqua attorno alla nave colpito simile a braciere, incendiandone il legno e le cime, a risalire verso sartie e vele, colmando nel contempo l’aria del mai gradevole odore di carne bruciata, in incalcolabili grida di dolore. Nonostante quegli eventi, però, una delle due navi si mostrava ancora praticamente illesa, con il proprio equipaggio reso più furioso che mai per l’opposizione ritrovata negli abitanti solitamente pacifici delle isole: contro di essa molte imbarcazioni di pescatori, sopravvissute alla prima ondata distruttiva, si coordinavano per spargere sopra l’acqua del mare il proprio nero carico, mantenendosi pronte alla seconda fase del triste piano di morte. La battaglia era appena iniziata.

Quasi tramortito dalla incredibili deflagrazioni, Mab’Luk osservò con terrore il fumo nero levarsi dal mare verso il cielo chiaro sopra all’isola, incespicando sulla sabbia della spiaggia: in quella nube, anche se non le riusciva a distinguere, erano bruciate e stavano ancora ardendo molte persone che egli conosceva, che egli ammirava, a cui egli era legato da vincoli d’affetto. E quel pensiero non poteva non atterrirlo.
Cercando di distogliere lo sguardo da quel dramma di morte, da quel panorama di oscura realtà, il giovane ritornò ad osservare la sagoma prima individuata, ormai arenatasi contro la sabbia del bagnasciuga a meno di trecento piedi da lui: essa era indubbiamente di natura umana e, a quanto poteva apparire, di genere femminile. Non scorgendo movimento da parte di ella, il giovane non poté evitare di avanzare in quella direzione, probabilmente spinto dal desiderio di trovare distrazione e non continuare a guardare lo svolgimento della battaglia, cercando un’alternativa al terrore che lo stava lentamente conquistando: inutile del resto era mentirsi, facendo finta di essere pronto ad affrontare tutto quello, ingannandosi nel dire di poter tenere testa a quella situazione. Egli era sicuramente pronto a morire per la donna che amava, per la sua meravigliosa sposa o quasi tale, ma il pensiero di assistere al sacrificio ed alla morte di tanti amici, tanti concittadini in una realtà tale per cui la comunità risultava essere una grande famiglia allargata, non poteva evitare di sconvolgerlo.

« Mab’Luk… dove vai? » domandò verso di lui un amico, vedendolo allontanarsi.
« C’è qualcuno sulla spiaggia… vado a controllare! » rispose egli, ormai deciso in tale direzione.

In pochi rapidi passi il giovane raggiunse la propria meta, potendo così distinguere chiaramente le forme di una donna matura, con curve generose ai seni ed ai fianchi ma, anche, una muscolatura non consueta, in spalle forti, gambe vigorose, braccia solidamente formate: il di lei complesso tatuaggio azzurro sul braccio sinistro la indicava come una figlia dei mari, proveniente dalle isole del sud, mentre il di lei braccio destro, corazzato da nero metallo lucente in rossi riflessi sembrava suggerire una natura guerriera in lei. Sul di lei corpo, oltre ad una variegata serie di escoriazioni praticamente su quasi tutta la superficie scoperta, una profonda ferita era presente all’altezza della spalla destra, priva di infezione sicuramente solo per l’azione del mare: capelli neri erano attaccati alla pelle del di lei viso, non celando una lunga cicatrice sull’occhio sinistro della donna, risalente comunque ad epoche più remote rispetto agli altri segni. Vestita da stoffe più simili a stracci che ad abiti, ella era così gettata sul bagnasciuga della spiaggia, come una bambola inanimata sospinta lì dalle correnti: solo un lieve fremito del di lei petto segnalò al giovane che ella non era morta, non ancora per lo meno.

« Vieni ad aiutarmi! » gridò verso il compagno non lontano, che ancora lo osservava per comprenderne le azioni « C’è una donna ferita, ma ancora viva! »

2 commenti:

coubert ha detto...

Isolani 1 - pirati 0

E in tutto questo il ritrovamento di Midda passa quasi in secondo piano, nel pieno della battaglia degli isolani per la propria vita.

Sean MacMalcom ha detto...

Midda? Who is Midda???