11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 4 aprile 2013

1900


Per questo, per tutto questo e per molto altro ancora, nel momento in cui l’identità di colei innanzi alla quale si ritrovarono posti in quel particolare contesto fu chiara, fu palese, non soltanto suggerita dall’anziano Nivre quanto e ancor più confermata dalle parole della stessa Midda Bontor; non semplice sorpresa fu il sentimento che si diffuse prima in Mari e Keri, suoi cugini, e poi in tutti coloro rimasti sufficientemente vicini da poter assistere a quegli eventi con fortunata immediatezza, quanto e ancor più una sorta di intimo giubilo, un quell’entusiasmo del quale ella mai avrebbe potuto supporre di ritrovarsi a essere protagonista neppure nei propri sogni più arditi, e del quale, altresì, fu, nel porsi allora effettivamente accolta qual la figlia prediletta di Licsia, alfine ritornata a casa. Ella, che tanto aveva temuto il giudizio della propria gente, della propria famiglia e, soprattutto, di proprio padre, si ritrovò a essere, pertanto, tanto contraddetta dall’evidenza dei fatti dal doversi, addirittura, considerare delusa, se solo tanta felicità non le fosse stata allor propria, non l’avesse travolta al punto tale da lasciarla quasi soffocata.
Così, alle lacrime di Nivre ebbero occasioni di mischiarsi quelle di sua figlia Midda, nell’abbraccio che li vide, dopo tanti anni, dopo troppo tempo, finalmente ricongiunti.

« Lode agli dei tutti… » sussurrò Be’Sihl, non potendo che provare immensa gioia, e ancor più sollievo, nel confronto con quell’immagine, con quello spettacolo, nel quale, fortunatamente, ogni timore, ogni ansia, ogni preoccupazione che tanto aveva attanagliato la sua amata, e di riflesso egli stesso, venne spazzato senza esitazione, senza incertezza, senza la benché minima possibilità di fraintendimento, qual nuvole sospinte lontano dal vento, a riscoprire il sole per troppo tempo dimenticato dietro la loro coltre.

In verità, infatti, nulla avrebbe potuto rendere più felice il locandiere shar’tiagho rispetto al quadro in tutto ciò offertogli, nell’osservare la propria adorata compagna alfine in pace con se stessa, con il proprio passato, con le proprie origini, così come, da quando l’aveva incontrata, ormai quasi vent’anni prima, ella non aveva avuto mai occasione di essere. Ma, in quel momento, in quella magnifica scena, quanto occorso in quegli ultimi vent’anni, e oltre ancora, avrebbe dovuto essere considerato qual improvvisamente cancellato, qual forse e addirittura dimenticato, quasi alcuna pena avesse mai contraddistinto il suo cuore nel ritrovarsi tanto crudelmente privata delle proprie radici, e tanto violentemente separata, ipoteticamente per sempre, da quella serenità che solo la propria terra natia avrebbe potuto garantirle, e che, chiunque, al suo posto, nei suoi panni, avrebbe avuto piacere a considerare a portata di mano, per quanto, eventualmente, suo pari, volontariamente allontanatosi da essa. E nel contemplare, allora, la stretta unione che, a conclusione di tanto penare, vide su quel molo riconciliati padre e figlia, inoltre, Be’Sihl non poté ovviare a denotare, al pari di qualunque altro testimone di quella scena, quanto ella avesse da considerarsi indubbiamente figlia di suo padre, nella straordinaria quantità di caratteristiche che li accomunava, e che, per quanto egli non avesse mai reso propria una qualunque ipotesi di carriera da avventuriero, o guerriero, o più in generale mercenario, giustificavano pienamente quanto quella donna guerriero, avventuriera mercenaria, fosse riuscita a realizzare con la propria sola forza di volontà, e la propria incredibile presenza fisica.
I particolari più evidenti che avrebbero dovuto essere riconosciuti a distinzione tanto di Nivre, quanto di Midda Bontor, avrebbero potuto essere in tal contesto elencati a partire dall’altezza e dalla corporatura di entrambi. Se, infatti, la mercenaria non avrebbe potuto vantare un’altezza particolarmente significativa, per quanto nulla, in conseguenza di ciò, avrebbe potuto essere considerato a sfavore dell’armonia del suo stesso corpo, in tutto e per tutto piacevolmente proporzionato; parimenti l’anziano pescatore, dall’alto della propria rispettabile, addirittura veneranda età, si offriva ancora capace di dimostrare quanto il proprio corpo, pur non dotato di un’altezza giudicabile competitiva con la consueta media maschile, fosse sempre stato contraddistinto da una perfetta proporzione delle proprie membra, tale, sicuramente, da donargli non solo indubbia prestanza, ma anche certo fascino, nel rispetto di tutti quei canoni di bellezza tali da soddisfare il gusto estetico di qualunque osservatrice, soprattutto in tempi per lui più propizi, quand’ancora avrebbe potuto essere suo interesse tale prerogativa. E se, ancora, dal punto di vista dell’una, il mantenimento di tale armonia fisica era stato garantito dal costante allenamento e da una vita intera votata alla ventura, nonché alla guerra, tal da non permettere ad alcuno dei suoi muscoli una pur vaga speranza di riposo, di requie utile a giustificare una qualsivoglia perdita di tonicità; dal punto di vista dell’altro, a garantirgli il raggiungimento dei propri sei decenni di vita ancora caratterizzato da straordinaria prestanza, non avrebbe potuto che essere riconosciuto il proprio impegno qual pescatore, un mestiere che, già soltanto nel semplice e quotidiano confronto con il mare e con le sue leggi, non avrebbe potuto perdonargli alcuna possibilità di indolenza, alcuna speranza di pigrizia, tale da consentire al proprio stesso corpo un pur comprensibile decadimento, fosse anche solamente per la fredda e inumana crudeltà propria dell’incessante e impietoso scorrere del tempo, lo stesso tempo che aveva trasformato la sua bambina in una donna ormai adulta… in una straordinaria donna ormai adulta.

Non soltanto in termini di altezza e corporatura, tuttavia, avrebbe dovuto essere giudicata la somiglianza fra padre e figlia, quant’anche in tanti, altri, più minuziosi dettagli di natura squisitamente estetica. La forma del volto, gli zigomi alti, le proporzioni del naso e, persino, la fossetta sul mento, erano, all’interno del viso di entrambi, caratteri ricorrenti, per quanto il volto dell’una fosse addolcito dalla morbidezza delle sue carnose labbra e indurito dall’orrore dello sfregio lì impostole, nel mentre in cui il volto dell’altro era indurito dall’età, da un’ombra di cortissima barba e dalla pelle ormai inevitabilmente rugosa e bruciata dal sole al punto da sembrare simile a cuoio conciato ma, ancora, incredibilmente addolcito dai grandi occhi azzurri come il cielo più luminoso. Stesse spalle, poi, erano proprie dell’uno come dell’altra e, ancora, egual collo, benché in lei, e nel rispetto della propria natura femminile, tale forma apparisse ineluttabilmente più tornita rispetto a quella del padre. E dove anche, sempre nel rispetto della fondamentale differenza di genere dall’uno all’altra, egli ed ella avrebbero potuto vantare molti punti di distacco, nell’abbondanza dei seni di lei e nella morbidezza dei suoi fianchi, in contrasto a una vita più snella, particolari che, ovviamente, nel padre non avrebbero potuto trovare alcun genere di relazione, probabilmente ereditate dalla madre; una certa affinità psicologica e caratteriale nella scelta dei rispettivi abbigliamenti avrebbe spinto qualunque osservatore a rivalutare tutto il resto qual un danno collaterale, volgendo altresì tutto il proprio interesse verso le vesti dell’uno e quelle dell’altra. In ciò, quindi, a compenso di tutti gli abiti sdruciti da lei da sempre indossati, di tutti i residui di casacche che, puntualmente, si assottigliavano nel loro intento volto a mantenere una parvenza di pudore, non tanto per lei, quanto per coloro a lei circostanti che avrebbero potuto troppo facilmente imbarazzarsi per la disinvoltura con la quale ella era solita confrontarsi con il proprio stesso corpo; il residuo di ciò che un tempo avrebbe forse potuto essere riconosciuta quale una casacca bianca, e che ormai si era ridotto a un pezzo di stoffa informe, era infilato attorno al collo dell’anziano e, più in basso, nella cintola dei suoi pantaloni, a concedere una parvenza di integrità laddove, null’altro, oltre alla parvenza, le sarebbe mai potuta essere garantita. E non che, in tal senso, i pantaloni dell’anziano pescatore avrebbero potuto vantare un trattamento migliore, apparendo, in quel momento, non tanto lunghi da poter coprire le sue ginocchia, sebbene, in ciò, non perché così volontariamente tagliati, quanto, semplicemente, perché cosumatisi nel corso del tempo, non diversamente da come, per molti altri era accaduto, negli anni, alla sua degna erede.
A completare il quadro così formato, in Nivre, avrebbero dovuto essere ancora distinti corti capelli ormai bianchi, e forse un tempo rossi o biondi, a giustificazione del naturale colore rosso fuoco di quelli della figlia… delle figlie; e un modesto tatuaggio tribale quasi sbiadito attorno al suo bicipite destro, che in nulla avrebbe potuto trovare paragone con quelli che Midda ancora era in grado di vantare sul proprio mancino, ma con i quali, pur, desiderava condividere lo stile e i colori, quelle straordinarie tonalità di azzurro e blu distintive dei figli del mare di quell’angolo di Tranith, sebbene, sulla sua vecchia pelle bruciata dal sole, ormai, difficile sarebbe stato distinguere simile dettaglio, a meno di non prestarvi particolare attenzione.
Alcun dubbio, in tutto ciò e pertanto, avrebbe mai potuto essere proprio in Nivre sulla paternità delle figlie che la propria prematuramente defunta sposa gli aveva donato, in una rassomiglianza della quale, anzi, Be’Sihl ebbe di che rimproverarsi per aver colto tanto tardivamente, e non sin dal primo momento in cui egli era comparso innanzi al proprio sguardo accompagnato dai propri nipoti.
E, nel clima di gioioso ricongiungimento, proprio lo stesso locandiere shar’tiagho, lì in prossimità al resto del gruppo, si ritrovò a essere vigorosamente abbracciato da Mari Bontor, cugino di Midda, il quale in alcun altro modo, evidentemente, seppe accoglierlo ove già l’unico altro saluto più affettuoso che avrebbe potuto rivolgergli era, fra loro, già stato consumato, nelle presentazioni occorse pocanzi…

« Accidenti a te, Be’Sihl di Kriarya! » lo rimproverò, con tono trasudante tutta l’allegria di cui mai avrebbe potuto definirsi capace in un momento come quello, a lui in tal modo rivolgendosi non diversamente da come si sarebbe potuto rivolgere a un fratello « Senza offesa, ma avresti potuto risparmiarti qualche dettaglio, per presentarci, subito, la nostra parente perduta! » puntualizzò, a definizione esplicita delle ragioni della propria precedente asserzione, pur, ancora, senza intento realmente accusatorio a suo discapito, troppo felice per potersi permettere di rovinare quel momento in futili polemiche.
« Non hai idea di quanto avrei voluto farlo, Mari di Licsia. » replicò lo shar’tiagho, offrendo in tal senso tutta la propria cordialità verso quel perfetto estraneo, con quell’affabilità che, del resto, in un mestiere quale il proprio, non avrebbe potuto mancargli, e che pur, allora, non avrebbe dovuto essere considerata formale, abituato a considerare, nel rispetto delle tradizioni del proprio popolo, della propria gente, i cugini di primo grado al pari di fratelli e, in ciò, nel riconoscere quell’uomo al pari di un fratello della propria amata… e, per ereditarietà, praticamente un proprio fratello « Davvero non ne puoi avere idea! »

E fu proprio allora che, per la prima volta, Nivre, ancora abbracciato alla propria figliuola e ancora, proprio malgrado, intento a piangere, decise di rivolgere voce in direzione del locandiere, con il quale, sino a quel momento, non aveva ancora avuto occasione di dialogo diretto ed esplicito…

« Non ho idea di chi tu sia o di quale rapporto ti leghi a mia figlia, Be’Sihl Ahvn-Qa. » premesse, lasciando ben sottintendere quanto, in realtà avesse colto l’esistenza di un legame fra loro « Ma sappi che, da oggi e per il resto dei giorni che la benevolenza di Thyres vorrà concedermi in questa vita, tu avrai tutta la mia gratitudine, per aver accompagnato mia figlia alla sua casa… per averla ricondotta a me. »
« Papà… » sorrise ella, intervenendo in sua risposta, pur senza ipotizzare di allontanarsi da lui neppure quanto sufficiente a guardarlo in faccia « Egli è l’uomo che, con la tua benedizione, io intendo sposare. »


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