11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

martedì 30 aprile 2013

1926


Parole nuovamente rivolte a delineare un’aperta minaccia, quelle allora scandite da parte della creatura che la propria insana luce aveva proiettato, più simile a un’ombra, sopra l’intera Licsia, in quel crepuscolo che, ormai, aveva ceduto spazio a un’ancor giovane notte; le quali, per quanto, nel confronto con la riprova pratica, con l’evidenza concreta della loro serietà, qual sola avrebbe dovuto essere intesa la condanna a morte imposta a discapito della mercenaria più celebre di quell’intero angolo di mondo, avrebbero dovuto allora trovare maggiore occasione di breccia nel cuore di tutti coloro lì intenti a confrontarsi, fisicamente, psicologicamente ed emotivamente con quella scena, non sembrarono comunque e altresì in grado di cogliere la benché minima evidenza di ansia, di panico, di isteria di massa qual pur, probabilmente, egli si sarebbe atteso di ottenere.
Perché, nel confronto con lo sconvolgimento derivante da quell’evento, da quel fatto, nessuno avrebbe potuto allora essere realmente capace di lasciarsi dominare da alcuna di tali emozioni, ritrovandosi, altresì, costretto a restare in attonita contemplazione del vuoto lasciato dietro di sé dalla vittima sacrificale di quella tanto repentina, quanto inaccettabile uccisione, cercando la forza utile a scendere a patti con quanto accaduto e, da lì, arrivare poi a porsi un qualche interrogativo di sorta su quanto sarebbe alfine stato allora inevitabilmente garantito da una tanto crudele quanto letale oscenità, un abominio con il quale, probabilmente, alcuno fra loro avrebbe potuto riservare qual propria una pur flebile speranza di sopravvivenza per quanto, comunque, nessuno avrebbe accettato arbitrariamente di arrendersi, fosse anche e soltanto per rispetto nel confronto con la memoria di colei che era lì appena caduta, era lì stata pocanzi offerta in sacrificio per il loro riscatto, per la loro salvezza.

« Midda… »

Per Howe e Be’Wahr, assistere alla morte della loro sorella di vita, seppur non di sangue, rappresentò il duro confronto con un incubo già vissuto, con un orrore già affrontato e che, con la stessa ingenuità caratteristica di un infante, entrambi avevano creduto di aver vinto, di aver superato, in misura tale da non doversi ulteriormente realmente preoccupare di quanto, da parte di quell’antagonista, di quell’avversario, avrebbe potuto essere loro ancora riservato, avrebbe potuto essere loro ancora destinato.
Per entrambi, forse inconsciamente, forse e altresì coscientemente, quella straordinaria donna era stata sempre la dimostrazione di tutto ciò che sarebbe stato loro concesso di vivere e di conquistare nel corso della propria esistenza, nonché, e più profondamente, più intimamente, del perché entrambi avessero scelto di spendere la propria quotidianità in una professione qual quella che pur avevano abbracciato da ben prima di conoscerla, da ben prima di incontrarla, arrivando a riservarsi una pur minimale fama utile loro a renderli interessanti per un affiancamento alla stessa e più celebre loro collega innanzi al giudizio della mecenate che aveva combinato la loro prima cooperazione, la loro prima avventura insieme… la stessa impresa che, all’atto pratico, aveva condotto al recupero della corona perduta della regina Anmel e, in conseguenza alla quale, forse e drammaticamente, tutto quello aveva allora avuto origine. Con la propria strabiliante forza d’animo, con la propria straordinaria determinazione, con la propria stupefacente ferma volontà di indipendenza in contrasto a chiunque e a qualunque cosa ambisse a imporle sgraditi confini, insopportabili limitazioni, difficilmente, del resto, non avrebbe potuto essere così, avrebbe potuto essere diversamente, arrivando ella a incarnare, in un’epoca eccessivamente e spiacevolmente prosaica, una reinterpretazione moderna di tutti i valori propri degli eroi dei miti più antichi, quelle figure non perfette, non prive di difetti, e, non di meno, capaci di elevarsi agli stessi livelli propri degli dei non tanto malgrado la propria umanità ma, soprattutto, in grazia alla propria stessa umanità, alla propria fallibilità nel costante confronto con la quale erano in grado di trovare, nel profondo del proprio spirito, quella scintilla di incomparabile luce capace di cambiare il mondo intero… quella scintilla comunemente chiamata “speranza”.
In tutto questo probabilmente idealizzandola non di meno di quanto non fosse stato solito compiere lo stesso Seem, che a lei aveva ispirato in maniera più aperta, più trasparente e più diretta tutta la propria intera esistenza; entrambi quei mercenari, posti a confronto con la sua morte in maniera tanto repentina e, oggettivamente, così priva di significato, non si sarebbero potuto he ritrovare privati persino della speranza, di quel valore solamente appellandosi al quale, loro malgrado, avrebbero mai avuto possibilità di illudersi di poter sopravvivere alla minaccia lì rappresentata dal vicario.

« Midda… »

Per Be’Sihl Ahvn-Qa, assistere alla morte della propria amata rappresentò il duro confronto con la fine di un sogno, di un idillio durato una vita intera meno di quanto non avrebbe preferito avere occasione di godere del quale, e, ciò nonostante, quasi cinque anni in più di quanto, oggettivamente, non avrebbe potuto sperare di vivere al suo fianco. Cinque meravigliosi anni in più.
Che ella sarebbe morta, oggettivamente, avrebbe dovuto essere considerato qual un assunto, un dato incontestabile nel porre in dubbio il quale si sarebbe semplicemente posta in dubbio la sua umanità, che fra tutte le sue caratteristiche, fra tutti i suoi pregi e i suoi difetti, avrebbe dovuto essere considerata, a ragion veduta, una delle più importanti, una delle più straordinarie ragioni atte a tributarle tutti gli onori che le sarebbero dovuti essere riconosciuti per diritto acquisito, e acquisito non in grazia al sangue dei propri antenati, senza nulla voler togliere a Nivre Bontor, a suo padre e al padre di suo padre prima di lui, ma in conseguenza alle proprie gesta, a quanto da lei compiuto nel corso della propria esistenza mortale. Che ella sarebbe morta di morte violenta, altrettanto oggettivamente, avrebbe dovuto essere considerato quasi al pari di un assunto, almeno dal suo punto di vista, un dato non incontestabile e pur altamente probabile, quasi certo, proprio nel considerare tanto la sua umana natura mortale, quanto e ancor più tutte le gesta da lei compiute quotidianamente, tutte le sfide nelle quali si era sempre impegnata, a testa bassa, quasi fosse incurante del pericolo che da tutto ciò sarebbe potuto per lei derivare. Non si ingenua, tuttavia, ella avrebbe dovuto essere considerata, né egli l’aveva mai considerata nel conoscerla forse meglio di quanto ella non avrbbe potuto dire di conoscere se stessa, nel non ignorare il pericolo da lei, in tutto ciò, continuamente e insistentemente ricercato; quanto e piuttosto irrequieta e, nella propria irrequietudine, bramosa di offrire un significato alla propria stessa esistenza mortale nel compiere quanto aveva scoperto, nel corso del tempo, essere indiscutibilmente capace a compiere: infrangere ogni sorta di dogma, ogni limite imposto all’uomo dagli dei, o più sovente da altri uomini abusando del nome degli dei, per dimostrare quanto dietro al fin troppo abusato concetto di destino, di fato, di sorte non avrebbe dovuto essere considerata altro che la capacità di ogni singolo individuo di plasmare la propria vita, secondo i propri desideri o entro i confini della propria indolenza, della propria pigrizia, nell’ascolto della quale nulla sarebbe loro stato possibile.
Non un evento inatteso, quello, almeno innanzi allo sguardo di chi l’amava più della propria vita, ma non per questo un evento privo di un inevitabile carico di intima disperazione, nonché di un profondo senso di smarrimento da parte di chi, in tal modo, aveva definitivamente perduto colei che da quasi vent’anni aveva riconosciuto essere qual la parte migliore della propria vita, forse la sola ragione per la quale la propria vita avrebbe avuto ragione d’essere vissuta.

« Midda… »  gemette il povero Seem, giovane scudiero che, nella morte del proprio cavaliere, non avrebbe potuto interpretare altro che il proprio più imperdonabile, più ingiustificabile, più infamante fallimento, nell’essere venuto meno non solo all’impegno preso innanzi a lei, ma anche, e soprattutto, all’impegno preso innanzi al proprio defunto maestro d’arme, Degan, che a lui aveva insegnato tutto ciò che aveva appreso, trasformando un semplice garzone, qual prima di allora a stento era stato capace d’essere, in colui che avrebbe dovuto accompagnare degnamente una tanto straordinaria signora, vivendo per lei e, ove necessario, morendo per lei, così come, tuttavia, allora non era stato capace di riservarsi occasione di compiere « … no. No. No! » proseguì, adducendo, all’attonito e comune richiamo al nome della donna guerriero lì caduta un furente rifiuto non solo per quanto avvenuto ma, ancor più, per l’apatia che ognuno sembrava star dominando.


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