11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 27 aprile 2013

1923


La prima intromissione nello scontro fra la donna dagli occhi color ghiaccio e il vicario, manco a dirlo, occorse per mano dello scudiero di lei, il quale, lì sopraggiungendo di gran carriera, e per quanto consapevole della probabile… della sicura inefficacia del suo gesto, non volle risparmiarsi un attacco diretto a ipotetico discapito di primo-fra-tre, verso di lui proiettando, con ormai ammirevole maestria, uno dei suoi pugnali, con una precisione e una forza che, se solo il suo obiettivo fosse stato un comune mortale, non solo si sarebbe trovato subitaneamente in lode ai propri dei, ma, nel morire, sarebbe stato addirittura proiettato con violenza all’indietro, impossibilitato a mantenere ancora, in ciò, posizione eretta. Purtroppo per il giovane Seem, malgrado tutto l’impegno da lui oggettivamente rivolto in tale offensiva, in simile gesto, essa non avrebbe potuto essere riconosciuta nulla più che semplicemente vana, nel non poter neppure ipotizzare di raggiungere quella testa luminosa, quella stella malata, così come desiderato, così come sperato, non laddove, quantomeno, questa dimostrò sufficiente saggezza da rispondere a tale dardo, quale la lama apparve, con una delle proprie sfere d’energia, nella quale il pur pregevole metallo di quell’arma ebbe, allora, soltanto occasione di essere dissolto nell’aria, quasi allorché solida lega null’altro vi fosse stato che mera illusione, ingannevole miraggio, tale da spingere a credere che tal gesto fosse stato compiuto nel mentre in cui, altresì, non era neppure stato accennato.
Ciò non di meno, simile insuccesso, tanto palese mancanza persino d’opportunità di colpire, non parve essere d’insegnamento, essere di consiglio, a coloro che, quasi in contemporanea, sopraggiunsero a loro volta entro i confini del palco allestito per quella tragica rappresentazione bellica, per quel forse ineluttabile spettacolo di sacrificio e morte. Così, prima ancora che il pugnale potesse essere completamente dissolto all’interno di quella sfera pulsante di malata luce giallo-verdastra, un nuovo attacco venne ipotizzato a discapito del vicario, da parte di una lunga, ed elegante, lancia, scagliata con potenza e precisione dalla possente muscolatura di Av’Fahr, figlio dei regni desertici centrali che tale arma aveva ricevuto in eredità in conseguenza alla tragica scomparsa della propria amata sorella Ja’Nihr. Ma anche quella lancia, quella splendida arma che aveva affrontato uomini, bestie e mostri senza mai fallire, senza mai incontrare ragione di sconfitta, e che, se proiettata contro il petto di un qualunque uomo mortale, lo avrebbe inesorabilmente potuto vedere addirittura esplodere, tanto l’impeto proprio in tal gesto; non ebbe allora maggiore opportunità di trionfo rispetto al pugnale di Seem, sebbene, nell’evidenza di una misericordia divina, non subì il medesimo, tragico destino di annichilimento che aveva contraddistinto l’altra arma. Nel contrasto a simile minaccia, infatti, il vicario non reagì generando una nuova sfera d’energia, quanto, e più semplicemente, sublimando la propria stessa materia fisica, ammesso che tale avrebbe potuto essere considerata, per eludere la feroce traiettoria di quell’assalto, svanendo per un fuggevole istante innanzi a quella minaccia salvo, un attimo dopo, subito ritornare là dove era, subito riproporsi nella stessa, identica, posizione, quasi nulla fosse accaduto, quasi la sua stessa sparizione non avesse a doversi ritenere reale.

« Chi sono questi folli…?! » tuonò la voce di primo-fra-tre, dimostrando sincera irritazione nel confronto con quell’estemporaneo diversivo, quell’azione allora occorsa a interferire con il tenzone in atto, con la sfida in corso, in termini quantomeno inappropriati, se non, esplicitamente, blasfemi, o almeno tali considerati dal suo personale punto di vista « Come osate levare le vostre armi in contrasto a primo-fra-tre, vicario dell’Oscura Mietitrice, colei che è stata, che è, e che tornerà a essere per sanc…? »
« Dacci un taglio, vecchio brontolone! » esclamò la voce di Howe, intervenendo, in maniera tutt’altro che rispettosa, a interrompere l’ennesimo breve monologo autocelebrativo nel quale l’altro si stava lasciando coinvolgere, qual reazione indignata al loro assalto « Conosco già troppo bene questa lagna e, per quanto mi riguarda, non ho alcuna intenzione di star ad ascoltare ancora una volta i tuoi deliri di onnipotenza! »
« Chi…?! » tentò di protestare, nuovamente, il vicario, salvo essere ancora una volta interrotto nelle proprie parole, nel proprio incedere, ora dal biondo fratello di vita dello shar’tiagho che, a lui, aveva rivolto audacemente voce.
« Noi! » intervenne Be’Wahr, come sempre al fianco del compare, unito a lui sin dalla propria nascita così come, probabilmente, lo sarebbe stato anche il giorno della propria probabilmente prematura dipartita, eventualità tutt’altro che recondita nel considerare lo stile di vita e la professione che avevano eletto qual propria « I due splendidi e affascinanti mercenari che, l’ultima volta, ti hanno messo in fuga con la violenza dei propri attacchi! »

Che primo-fra-tre si fosse ritirato, in occasione del loro precedente incontro, subito a seguito di un momento di riscossa da parte della coppia di fratelli mercenari, invero, non avrebbe potuto essere negato. Che, tuttavia, tale decisione volta ripiegare fosse stata conseguente a quel loro supposto attacco, a quel loro incedere in sua opposizione, difficilmente avrebbe potuto essere considerata un’interpretazione realistica degli eventi, dei fatti per così come propostisi. Ciò nonostante, nell’intervento del biondo mercenario non avrebbe dovuto essere ricercata un qualche intento volto ad assicurare la fedeltà storica di quella memoria a quanto accaduto, quanto e piuttosto una semplice, e pur efficace, provocazione volta a sminuire il valore, l’importanza e il potere di quell’essere propostosi, allora come già in passato, qual quanto di più prossimo a una divinità tutti loro avrebbero potuto immaginare.
Tutti loro, o quasi, nell’eccezione non ovvia di chi, in contrasto a un dio, si era veramente schierata, confrontandosi con percezioni ed emozioni tali da rendere, proprio malgrado, pressoché ridicola la minaccia suggerita dal vicario, per quanto riconosciuta, nonostante tutto, qual reale, qual concreta, qual potenzialmente letale.

« Seem… Av’Fahr… Howe… Be’Wahr… ritiratevi. » comandò ella, non distogliendo lo sguardo dal proprio antagonista e pur, ciò non di meno, riconoscendo tanto il pugnale e la lancia dei primi due, al pari delle voci degli altri, in misura sufficiente a maturare l’interesse di suggerir loro un saggio allontanamento da quella scena, da quel campo di battaglia, non desiderando porre il loro futuro a rischio per una questione, fondamentalmente privata, qual voleva considerare essere quella « Quest’affare è fra me e il nostro vecchio amico. Non c’è bisogno che rischiate le vostre vite inutilmente. » argomentò verbalmente, a rendere esplicite le ragioni del proprio invito, che, in ciò, aveva assunto i toni di una preghiera allorché di un ordine.
« Non che sia mio interesse contraddirti, amica mia... » prese parola Noal, palesando a propria volta la sua presenza lì vicino, a breve distanza dietro di lei « Ma se non desideravi che rischiassimo le nostre vite, non avresti dovuto chiederci di accompagnarti fino a Rogautt. » puntualizzò, senza ironia e, piuttosto, con assoluto raziocinio, nell’evidenziare un aspetto quantomeno ovvio della questione, per così come, forse, allora sospinta dall’enfasi delle proprie emozioni, a lei stava sfuggendo di mano « Ora che siamo in ballo, non possiamo fare a meno di ballare… e, che tu lo voglia o no, questa guerra è anche la nostra guerra! »

Un plurale, quello così reso proprio dal capitano della Jol’Ange, che avrebbe dovuto includere, accanto a lui, non solo i quattro uomini già da lei citati, nell’invitarli a retrocedere, ma anche Hui-Wen, Masva, Camne e Ifra, tutti lì accorsi, armi in pugno, per affrontare il terrificante potere del vicario, in una scelta forse ingenua, forse avventata; ma, non per questo, meno che seria, meno che sincera nei propri propositi, nelle proprie prerogative, volte a condividere la sorte della loro compagna con ardimento, con coraggio, con fiducia e fedeltà, addirittura, nell’aver reso obiettivamente propria la sua missione, il traguardo da lei ricercato in contrasto non soltanto a quel mostro quanto, e soprattutto, a colei che lì lo aveva inviato.
Un traguardo, speranzosamente, di vittoria. Un traguardo che, tuttavia, alcuno fra loro non si sarebbe illuso, avrebbe potuto essere anche e tragicamente di morte.


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