11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 23 aprile 2013

1919


Così come Howe e Be’Wahr, come Seem, Noal e Hui-Wen, e, ancora, come Masva e Av’Fahr, anche tutti gli altri compagni di viaggio della Campionessa di Kriarya, della Vedova di Desmair, accorsero uno dopo l’altro verso di lei e verso quello che, presumibilmente, sarebbe stato il centro dell’azione, il cuore della battaglia; ognuno allora pronto ad affrontare quell’impresa con l’ardimento proprio dei guerrieri o dei marinai che essi erano, quel coraggio, sovente incredibilmente prossimo all’incoscienza tanto da confondersi troppo facilmente con essa, in misura tale da rendere difficile distinguere quanto dell’uno, e quanto dell’altro, avesse a essere considerato alla base delle loro azioni, delle loro gesta.
Ad animare tanto ardimento, così per i guerrieri, come per i marinai, avrebbe dovuto essere riconosciuto uno spirito comune, un’ispirazione condivisa e volta al rifiuto dell’indolenza, dell’ignavia nel confronto con l’impegno che, in conseguenza al proclama di primo-fra-tre, stava venendo loro richiesto, soprattutto laddove, per quanto probabilmente in maniera disperata, in termini a dir poco folli, essi avrebbero potuto essere i soli in grado di contrastare l’avversario lì presentatosi, e offerente la propria minaccia su tutta quella gente praticamente inerme che pur tanta benevola accoglienza aveva loro dimostrato, che tanta generosità aveva verso loro rivolto, nel riconoscerli, quasi, come fossero tutti loro parenti, e non solo la stessa mercenaria dagli occhi color ghiaccio che sino a lì li aveva condotti. Una questione d’onore, pertanto, qual probabilmente tale sarebbe stata descritta dalle parole di un bardo, nei versi di una canzone, e che, tuttavia, dal loro punto di vista nulla di più e nulla di meno avrebbe dovuto essere considerata che una questione di principio, nel rispetto di quelle fondamentali regole di rispetto per se stessi, in assenza delle quali difficile, per loro, sarebbe persino stato osservare il proprio riflesso, in uno specchio, in una lama o nell’acqua del mare, senza provare disgusto per quanto in ciò sarebbe stato loro proposto di osservare, di contemplare.
Perché mai un figlio del mare si sarebbe sottratto innanzi all’obbligo morale di prestare soccorso a coloro che ne avessero avuto bisogno, così come sancito dalla divina legge definita da tutti gli dei dominanti su quelle infinite distese d’acqua sin da prima dell’inizio stesso dei tempi, una legge alla quale mai avrebbero potuto trasgredire in misura non inferiore a qualunque altra legge naturale, quali quelle che impedivano loro di volare nell’alto dei cieli o respirare nelle profondità degli abissi. E perché mai, parimenti, Howe e Be’Wahr, sì mercenari, sì abituati a porre in vendita la propria stessa quotidianità concedendola al miglior offerente, e pur, innanzitutto e comunque, sempre guerrieri, avrebbero voltato le spalle a donne e bambini, soprattutto ove parenti di una loro alleata, di una loro amica, di una loro sorella, qual, oggettivamente, Midda era divenuta nelle loro vite, nelle loro esistenze, nel rispetto di un valore forse non derivante da un precetto divino ma, non per questo, meno sacro, qual solo avrebbe potuto esserlo quello intrinseco del concetto di famiglia per così come loro tramandato dai rispettivi genitori, da quelle famiglie fra loro così legate, così saldamente vincolate da un’unione persino maggiore rispetto a quella dell’amicizia o del sangue, al punto spingersi persino a reinventare tali concetti per dar vita a qualcosa di completamente nuovo.
E nel mentre in cui i suoi compagni di ventura, i suoi amici, i suoi fratelli a lei accorrevano, mossi dal desiderio, dalla volontà di esserle al fianco in quel momento, in quella prova, così come, del resto, si erano dichiarati pronti a esserlo innanzi a colei che quel mostro aveva lì inviato, Midda Bontor, non avrebbe potuto essere riconosciuta in alcuna misura, in alcun modo, in indolente attesa dell’evolversi degli eventi, qual, dopotutto, mai era stata in tutta la sua intera esistenza.
Ragione per la quale, dopo aver formulato quella propria promessa, quel proprio giuramento innanzi al padre e, con lui, a Thyres e agli dei tutti, votandosi per la salvezza di Licsia e di tutti i suoi abitanti, ella non lasciò trascorrere neppure un istante fra l’idea e l’azione, fra il proposito e l’attuazione, subito avanzando, spada bastarda in pugno, fuori dalla casa del padre, fuori dalla dimora dove era nata e cresciuta, e per lasciare la quale, ancora bambina, aveva probabilmente scelto il peggior modo, volgendo i propri passi verso un ampio spazio innanzi a sé, là dove avrebbe potuto offrirsi più che visibile all’attenzione del vicario che il suo nome aveva tanto esplicitamente chiamato in causa…

« Ehy… idiota. » esordì, scandendo tale poco cordiale saluto con tono impetuoso, non gridato ma, non per questo, tale da offrire adito a fraintendimenti, a libere interpretazioni, tanto nel proprio significante quanto e, ancor più, nel proprio significato, in tutto ciò praticamente coincidenti, nella più totale assenza di ironia a smorzare la più che percettibile tensione del momento « Sì… parlo proprio con te, dannatissima testa volante: so che mi puoi sentire e so che mi stai ascoltando, al di là di ogni tuo personalissimo delirio di onnipotenza. »
« Thyres… si farà ammazzare! » gemette Nivre, nell’ipotizzare un passo verso la figliuola, salvo essere allora prontamente arrestato nel proprio incedere dal fermo intervento di Be’Sihl, il quale gli si parò innanzi animato non da prepotenza, ma soltanto da premura, da preoccupazione per le sorti di quell’anziano pescatore, di quel padre appena ritrovato dalla propria amata e che, se solo fosse stato allora tragicamente perduto, avrebbe in lei causato un così violento sconvolgimento emotivo tale da rendere improbabile l’idea di una sua qualche speranza di ripresa futura.
« Comprendo quanto sia difficile… ma devi avere fiducia in tua figlia. » gli suggerì, a esplicitare il perché del proprio intervento, di quella propria iniziativa a suo apparente discapito e, peggio, a ipotetico discapito della donna da lui amata e con la quale desiderava convolare a, mai prima neppure sperate, nozze « Ella sa quello che sta facendo… e sa come poter uscire viva da tutto questo. » definì, con tono di voce saldo e volto a escludere qualunque altra possibilità, anche in contrasto ai propri stessi e più intimi dubbi, a quell’esitazione, a quell’incertezza dopotutto umana, che non avrebbe voluto vivere nei confronti della propria amata, e che pur, malgrado ogni raziocinio, malgrado la fermezza della logica con la quale egli era solito imporsi sugli incontrollati spasmi del proprio cuore, non avrebbe, emotivamente, potuto evitare di vivere, in quanto, comunque, creatura mortale e, per questo, intrinsecamente fallibile.

E il vecchio pescatore, che pur non escluse un moto di ribellione a discapito di chi, in tal modo, si stava frapponendo fra lui e la sua adorata figliuola, quella stessa figlia che aveva temuto di aver perduto per sempre, per lunghi anni, per decenni addirittura, e che aveva appena ritrovato; non mancò di cogliere quanto quell’uomo, quello stesso ostacolo così dispiegatosi a suo freno, si stesse profondamente sforzando al fine di mantenere la calma, di mantenere il controllo, su se stesso, sulle proprie emozioni e, soprattutto, sulle proprie paure, non quale atto di disinteresse per il futuro della propria amata, non quale dimostrazione di indifferenza per la sua salute, per la sua sopravvivenza, per il suo domani, quello stesso domani che avrebbero dovuto vivere insieme qual marito e moglie, quanto e piuttosto per quella stessa fiducia allora da lui tanto esplicitamente invocata per lei, a suo sostegno, a suo supporto.
Un disagio tanto celato quanto, per chi avesse saputo prestare attenzione, palese, quello allora del locandiere, che non poté evitare di colpire il padre della mercenaria, spingendolo, con più impeto di qualunque schiaffo, con più fermezza di qualunque presa, a riappropriarsi subitaneamente del controllo estemporaneamente perduto, su di sé e sulle proprie emozioni. Perché laddove quell’uomo, che per gli ultimi vent’anni le era stato vicino, si era preso cura di lei, l’aveva a suo modo protetta e amata, si stava dimostrando capace di dimostrarle tanto rispetto, tanta fiducia qual quella lì necessaria per non intervenire anche laddove ogni propria singola membra, il proprio cuore e il proprio spirito, gli stavano evidentemente gridando di correre da lei; egli, suo padre, non avrebbe potuto… non avrebbe dovuto essere da meno, negando alla propria erede quella maturità che, ormai, doveva accettare la contraddistingueva, la caratterizzava, anche in un momento tanto pericoloso, tanto insano e potenzialmente letale qual quello.

« Sei un uomo saggio, Be’Sihl… » annuì Nivre, arrestandosi là dove era stato trattenuto, là dove un istante prima stava spingendo nella volontà di liberarsi, nel desiderio di svincolarsi da lui, di evadere a quella presa giudicata prepotente e ignorante, volta a non considerare quanto il suo cuore di padre stesse fremendo all’idea del triste fato a cui la sua bambina stava destinandosi con tanta audacia quanta incoscienza « Forse e persino più saggio di quanto non sia io, malgrado le troppe estati da me vissute. »


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