11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 1 maggio 2013

1927


Fra tutti coloro lì presenti, fra tutti coloro lì in sconvolta contemplazione di quanto occorso, fra Camne e Nivre, Howe, Be’Wahr e Be’Sihl, Noal e Hui-Wen, Av’Fahr e Masva, Ifra e tutti gli abitanti di Licsia, il primo che, innanzi a tanto orrore, ebbe la forza, o forse la disperazione di reagire, fu quindi colui sulla furia del quale, probabilmente, alcuno avrebbe potuto scommettere un singolo soffio d’oro, non, quantomeno, ignorandone i trascorsi.
Quando, difatti, quasi cinque anni prima Midda Bontor aveva simulato la propria morte, all’interno di un incendio da lei stessa appiccato e che aveva parzialmente distrutto la locanda allora di sola proprietà di Be’Sihl; proprio lui, proprio il povero Seem era stato colui che, fra tutti in Kriarya, si era lasciato dominare dalla reazione più violenta e più autodistruttiva avrebbe potuto allor vivere, arrivando, quasi, a condannarsi volontariamente a morte in una sciocca disfida contro il primo gruppo di tagliagole nel quale aveva avuto la sfortuna di inciampare, animato dalla sola volontà di sfogare, in qualunque modo, tutto il proprio dolore, tutta la propria pena per quella morte che non si poneva in grado di gestire in termini più razionali, più moderati. All’epoca, in tale occasione, a salvarlo era intervenuta proprio la stessa Figlia di Marr’Mahew, la quale, rinunciando prematuramente al proprio inganno, non aveva voluto assistere a un tanto stolido suicidio da parte sua, qual solo sarebbe allora stato, prendendo in ciò le sue difese e salvandolo, in maniera per lei quasi banale, quasi ovvia, dall’immeritata fine alla quale egli si sarebbe altrimenti votato.
Ora come allora, tuttavia, Seem non si sarebbe potuto considerare capace di confrontarsi in maniera razionale, matura, con la prematura scomparsa della propria signora. Ora come allora, egli avrebbe potuto compiere una scelta estremamente sciocca, soprattutto a confronto con quanto gli era stato appena proposto innanzi allo sguardo. Ma ora, diversamente da allora, non vi sarebbe stata alcuna straordinariamente rediviva Midda Bontor a trarlo in salvo, evitandogli una tragica fine…
… non che, in verità, egli avrebbe potuto vantare il desiderio di evitarla.

« Che tu sia maledetto, vicario! » gridò lo scudiero della mercenaria defunta, a lei fedele in morte non di meno di quanto non lo fosse stato in vita, a lei pronto a unirsi in morte così come lo era stato in vita « Che tu e colei che ti ha generato siate maledetti… maledetti per l’eternità! » incalzò, furente, rabbioso, e, animato da simile sentimento, da tale pena, pronto a compiere qualunque gesto, qualunque follia, fosse stata anche quella che avrebbe condotto, senza mezzi termini, senza possibilità di ambiguo fraintendimento, alla propria condanna, e che pur, in ciò, non l’avrebbe veduto allora rinunciare a esprimersi per come si stava allora esprimendo e, soprattutto, non l’avrebbe veduto rinunciare a tentare di vendicare la propria signora, fosse stato, ciò, il proprio ultimo gesto, la propria ultima azione.

E non desiderando in alcun modo limitare il proprio intervento alle parole o alle idee, nel volersi, anzi, sospingere quanto prima ai fatti, egli non esitò un solo istante di più, non restò fermo in attesa del futuro un momento di più, preferendo chinare il capo e iniziare a correre, e a correre, con ferma, irrevocabile e assoluta convinzione, verso quell’abominevole testa priva di corpo, per agire, in un modo o nell’altro, a suo discapito, avesse ciò persino significato tentare di spiccare, a sua volta, un improprio balzo verso la stessa, per quanto allora solo, privo di quella cooperazione della quale la trapassata Figlia di Marr’Mahew aveva potuto godere. Perché né Howe né Be’Wahr avrebbero collaborato al fine di gettare quel giovane amico in sacrificio innanzi a un tanto crudele dio, e, anzi, potendo, avrebbero compiuto tutto quanto il loro possesso al solo fine di fermarlo, di bloccarlo, preservandolo, forse solo per qualche breve fremito di ciglia in più, per pochi battiti del cuore sottratti al fato, alla pur comune condanna che, nelle intenzioni del loro antagonista, presto sarebbe crollata su tutti loro, travolgendoli con la violenza di un fiume in piena.
Purtroppo, anticipando qualunque possibilità di intervento in suo arresto, in suo freno, da parte della coppia di fratelli mercenari; nel ritrovarsi a essere attratto dalle parole, dall’inveire con il quale quel giovane gli si era scagliato contro, verbalmente ancor prima che fisicamente, primo-fra-tre volse tutta la propria attenzione verso quella figura dal proprio punto di vista probabilmente ridicola, dimostrando, comunque e dopotutto, di essere pronto ad accettare di buon grado quella letale candidatura al suicidio che tanto sembrava animarlo, che tanto sembrava contraddistinguerlo in quel particolare momento. E, in tal direzione, a non offrire ambiguità di sorta nel merito di una qualche, improbabile, grazia, di una qualche, assurda, assoluzione, il mostro non tardò allora a proferir verbo, lasciando nuovamente risuonare nel cielo sopra Licsia la propria sgradevole voce nel mentre in cui una nuova sfera di malefica energia si iniziò a plasmare aggregandosi, condensandosi quasi, come tutte le altre, dalla sua stessa luce…

« Nessuno possa bestemmiare in contrasto all’Oscura Mietitrice e sopravvivere tanto a lungo da potersene vantare, da poter, fosse anche soltanto per un fugace istante, ritenere di aver agito nella benevolenza degli dei. » dichiarò il vicario, nuovamente vittima di quella stessa delirante foga mistica che già più volte, non solo allora ma anche in passato, lo aveva contraddistinto, a dimostrazione di quanto la sua fede nella propria signora avesse a considerarsi assoluta e totale, priva di possibilità di incertezza, priva di qualunque ombra di dubbio a gravare sull’onestà delle proprie intenzioni « Perché io sono primo-fra-tre, vicario di colei che è sempre stata e sempre sarà. E nel suo nome, epurerò questo ridicolo mondo da ogni miscredente, da ogni infedele che oserà ribellarsi a lei! »

Un intento reale, il suo, che si ritrovò manifestato, allora, concretamente e inequivocabilmente, nella violenta proiezione di quella nuova sfera pulsante di empia luce gialla-verdastra verso quell’ex-garzone, reinventatosi scudiero, che, in suo contrasto, in sua opposizione, si era scagliato con assoluta convinzione e che, neppure posto innanzi all’evidenza della propria immediatamente prossima fine, volle concedersi, nel profondo del proprio cuore e del proprio animo, un pur effimera, fugace, umana possibilità di esitazione, animato a un livello tanto intimo, tanto privato, dalla consapevolezza che, se anche allora fosse morto, se anche allora il suo fato fosse stato segnato, così agendo avrebbe potuto affrontare tale estremo e conclusivo appuntamento, simile traguardo, con la fierezza propria del guerriero, di chi neppure innanzi a un potere tanto devastante, avrebbe accettato di piegarsi, di rinunciare alla propria integrità, alla propria dignità e a tutto ciò per cui, sino ad allora, aveva cercato quotidianamente, costantemente, di vivere.

« Per te, Midda! » urlò Seem, avanzando senza freni verso la morte, armato di un solo, addirittura imbarazzante, pugnale, che in alcun modo avrebbe potuto, né che egli si sarebbe illuso avrebbe allora potuto, tutelarlo dall’inevitabile.

Una nuova evoluzione subitanea, e che pur, come già quella che poco prima aveva veduto protagonista la stessa Campionessa di Kriarya, parve allora offrirsi eterna, perdurando ben oltre l’aspettativa di vita non solo del giovane ma, anche, di tutta l’intera Licsia, se non, addirittura, del mondo intero; benché, non diversamente da quanto era pocanzi avvenuto con la donna dagli occhi color ghiaccio, nuovamente ogni giuoco, ogni mossa, non avrebbe potuto che riconoscersi già compiuta all’origine dei tempi, rendendo la passività di tanta, interminabile e straziante agonia, soltanto simile a una tragica tortura imposta su tutti coloro che, ancora una volta, avrebbero assistito a una nuova, terribile dimostrazione di quel potere privo di qualsivoglia speranza di opposizione.
E quando la sfera deflagrò, l’esistenza stessa rendendo cieca nel confronto con la propria devastante promessa di totale annichilimento; alcuno, non Howe, non Be’Wahr, non Be’Sihl, non Nivre, non Noal, non Hui-Wen, non Masva, non Av’Fahr, non Camne, non Ifra, non tutti gli abitanti di quel sino ad allora tranquillo angolo di mondo, poté rendere propria la più semplice speranza di rivedere ancora una volta il povero scudiero, in quella nauseante e disorientante certezza di morte che, soltanto, avrebbe potuto accompagnare l’incontro fra una di quelle sfere e l’obiettivo prefissosi.


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