11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 12 maggio 2013

1938


Nel mentre in cui Midda e Leas si stavano confrontando, in quello che, a buon titolo, avrebbe potuto essere ricordato qual il più originale interrogatorio di un prigioniero a memoria d’uomo; sopra la piccola Bael la tempesta imperversava senza alcuna evidente brama di prossima conclusione, incalzando con violenza e con energia quasi come se, ad animarla, avesse a doversi interpretare un intento rabbioso, una furia qual poche altre avrebbe potuto aver ragione d’essere, benché, in verità, alcuna ragione d’essere avrebbe potuto animare una simile ira in contrasto a una tanto, pacifica, isoletta sperduta nei mari del sud.
Per la Jol’Ange e il suo equipaggio, lo scalo a Bael era stato un evento imprevisto e che, con il senno proprio di un momento sempre successivo, sempre posteriore, avrebbe avuto anche a essere considerato estremamente fortuito, ove, in assenza di una tale tappa, simile sfuriata celeste avrebbe potuto sorprenderli per mare, coinvolgendoli in un ballo estremamente poco gradevole. Non che la goletta del capitano Noal Kedrih, e prima ancora del sempre compianto capitano Salge Tresand, avesse a doversi considerare nuova a determinate sfide, avesse a doversi ritenere incapace di affrontare certe critiche situazioni, ove, nel proprio quarto di secolo per mare aveva avuto numerose occasioni di provare il proprio valore, la propria resistenza, la propria tenacia, in confronto a mostri ben peggiori di quanto non avrebbe potuto essere quel temporale. Ciò non di meno, mai piacevole, mai confortevole, avrebbe potuto essere considerato per una qualunque nave, e di conseguenza per un qualunque equipaggio, ritrovarsi in balia dei venti e delle onde più caotiche, più violente e disordinate, senza mai avere evidenza di quando, tutto quello, sarebbe alfine giunto a conclusione.
Perché nel ritrovarsi coinvolti in un simile, piccolo cataclisma, anche con i piedi ben saldi a terra, e il capo protetto dalla solidità di un tetto, troppo semplice sarebbe stato smarrire ogni percezione nel merito dello scorrere del tempo, del passare delle ore, dell’alternarsi del giorno e della notte, quasi tutto ciò avesse improvvisamente perduto valore al di sotto delle tenebre imposte da quelle nuvole e dell’inquietante e fuggevole luce offerta, di tanto in tanto, dall’impeto dei lampi. Ritrovarsi, pertanto, coinvolti in tutto ciò all’interno di una nave, piccola o grande che questa fosse, non avrebbe semplicemente comportato la perdita di qualunque concezione di tempo ma, anche e forse persino peggio, di spazio, rendendo pressoché impossibile, per gli sventurati marinai, comprendere in quale angolo di mondo avrebbero avuto a ritrovarsi al termine di tale sfuriata divina, qual troppo facile sarebbe stato considerarla.
Alcune chiacchiere, di quelle che soltanto nelle locande dei porti di tutto il mondo avrebbero potuto trovare possibilità di essere ascoltate, nel nascere e nel crescere soltanto in grazia a una certa tendenza all’enfasi tipica dei figli del mare e di coloro che tutta la propria vita votavano allo stesso, percorrendolo senza tregua in lungo e in largo, e rinunciando a qualunque casa al di fuori della propria nave, a qualunque famiglia al di fuori del proprio equipaggio, e a qualunque cittadinanza al di fuori di quella propria del mare; erano giunte persino a testimoniare vicissitudini di equipaggi che, a seguito di uno sciagurato coinvolgimento in una tempesta, si erano alfine ritrovati addirittura dall’altra parte del mondo noto, scoprendo di essere rimasti esclusi da tutto e da tutti, quasi intrappolati in uno strano limbo, per interi mesi, intere stagioni, prima di essere restituiti alle proprie vite, alla propria quotidianità. Un eccesso, un’iperbole priva di qualunque senso logico, ovviamente, e che mai si era vista argomentata da coloro che, ipoteticamente, erano rimasti vittime di tali accadimenti, ma sempre riferita per sentito dire, e sempre da fonte proclamata qual certa, qual indubbia nella propria sincerità, in misura tale da alimentare, in maniera persino troppo banale, la nascita di nuovi miti, di nuove leggende, la promozione delle quali, pur, i figli del mare di ogni regno, di ogni continente, non si erano mai lasciati scappare l’opportunità.
Fortunatamente per la Jol’Ange e per i suoi marinai, oltre che per i suoi ospiti, che pur, ormai, avrebbero potuto essere quasi riconosciuti quali membri onorari di quella eterogenea famiglia; quella tempesta li aveva sorpresi quando ormai già attraccati in porto, garantendo loro una pacifica possibilità di quasi apprezzabile riposo prima della ripresa del loro viaggio, di quel loro, forse, ultimo viaggio verso Rogautt e, lì, verso la battaglia finale in contrasto alla regina dei pirati dei mari del sud, Nissa Bontor. E, così, quello stesso evento che, in una diversa situazione, avrebbe potuto risultare per tutti loro incredibilmente sgradevole; nel riparo garantito dalle solide mura di accoglienti case, avrebbe avuto a considerarsi persino lodevole, se solo, quell’effimera licenza così loro garantita, non avesse avuto ragione di essere inquinata dall’imprevedibile incontro con Leas Tresand, figlio, purtroppo, non solo del loro perduto capitano, ma ancor più, e ancor peggio, della medesima donna per offrir battaglia in contrasto alla quale tutti erano si erano allora, lì, posti in viaggio, in una beffa quasi intollerabile, qual soltanto non avrebbe potuto che essere considerata, soprattutto da parte di coloro che avevano avuto occasione di conoscere Salge e, ora e ancora, avevano la possibilità di soffrire per la sua sempre prematura scomparsa.

« Per quanto mi disgusti anche solo pensarlo, è quasi un bene che Berah sia morta… » commentò Av’Fahr, ancora di guardia al di fuori della porta oltre la quale Midda e Leas stavano avendo possibilità di confronto, rivolgendosi, in tali parole, in simile terrificante pensiero, qual solo non avrebbe potuto che autonomamente condannarlo, in direzione di Masva, compagna di viaggio e di vita da sempre a bordo della Jol’Ange e, recentemente, scoperta anche qual propria compagna di letto, in una sicuramente tardiva passione che alcuno dei due avrebbe potuto negare essere forse esplosa nel confronto con il pensiero di quanto prossima avrebbe potuto essere la fine dei loro giorni e, in ciò, di quanto necessario sarebbe stato non lasciare nulla in sospeso alle proprie spalle, per non giungere al cospetto degli dei con il rimpianto di quanto avrebbe potuto essere e, purtroppo, non sarebbe mai più stato « Se già per noi non è facile confrontarci con quel ragazzo; il ritrovarsi innanzi al volto di Salge, consapevole di quanto appartenga, al contrario, al figlio che egli ha inconsapevolmente avuto dalla propria stessa assassina, sarebbe stato a dir poco straziante per lei. »
« A costo di sbagliarmi, non credo che per Midda sia molto diverso… » suggerì la donna sua interlocutrice, stringendosi al suo possente corpo al duplice scopo di cercare riparo dalla pioggia, sotto la tettoia lì loro offerta, e di mantenersi a lui vicino, nel sentimento che avevano accettato li legasse l’uno all’altra « Non dimenticarti che, sebbene Berah sia stata l’ultima compagna di Salge, Midda è stata la prima. E a lui ha rinunciato soltanto per colpa della propria stessa gemella e delle sue minacce. »
« Non me lo dimentico… non me lo posso dimenticare, benché, a volte, mi piacerebbe veramente poter lasciare tutto questo dolore dietro di me per ricominciare da capo, con una nuova vita. » ammise egli, sforzandosi sinceramente di obliare il pensiero di tutte le vittime della regina di Rogautt, non solo Salge e Berah, ma anche e soprattutto sua sorella Ja’Nihr, colei che per lui era stata non solo una sorella, ma anche un’amica e una madre, crescendolo a costo della propria stessa infanzia e permettendogli di diventare, con assoluta serenità, l’uomo che oggi era « Una nuova vita insieme a te, mia splendida stella, luce del mio cammino. » soggiunse, a correggere senza ironia, senza scherzo, quella propria ultima asserzione, nel non voler mancare di evidenziare l’importanza che ella era riuscita a conquistarsi nella propria vita, seppur soltanto da poche settimane avessero accettato di vivere quel loro amore.
« Uh-uh… » sorrise Masva, reagendo non con intento canzonatorio, e pur con fare quasi divertito, a quelle sue parole, appoggiando le proprie mani contro il suo ampio petto, e lì cercando una leggera occasione di leva, per trarsi indietro e osservarlo meglio in viso, per poterne studiare l’espressione « Un impeto di straordinario romanticismo per chi, fino a qualche tempo fa, sapeva esprimere tutta la propria ispirazione poetica soltanto modulando il rutto conseguente a una pinta di birra bevuta tutta d’un fiato… » lodò, giocosa verso di lui, forse animata in tal senso dal desiderio di stemperare la tensione del momento, nel confronto con la quale avrebbero potuto ricavare soltanto ragioni di gratuita sofferenza.
« Ehy! » protestò il figlio dei regni desertici centrali, aggrottando la fronte con aria sorpresa in reazione a quelle parole, non potendo ovviare a un certo imbarazzo all’idea che tale potesse essere l’immagine che di lui ella avrebbe saputo dipingere « Io non ho mai modulato il rutto conseguente a una pinta di birra bevuta tutta d’un fiato. » negò, vigorosamente.


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