11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 8 maggio 2013

1934


In verità, così come anche pocanzi evidenziato da Noal e Av’Fahr, particolarmente semplice, addirittura banale, sarebbe stato per il giovane pirata riuscire a contemplare il volto del proprio mai conosciuto genitore, senza, in ciò, necessitare di alcuna particolare evocazione negromantica. Perché tale volto, senza concreto impegno, senza reale fatica, egli avrebbe potuto coglierlo in qualunque superficie riflettente, fosse questa uno specchio d’argento, fosse una bacinella d’acqua, o fosse anche la lama di una spada, essendo il volto del padre lo stesso che, da sempre, lo contraddistingueva, in tutto e per tutto.
Dal padre, e soltanto dal padre, Leas aveva ereditato lunghi capelli corvini, che lisci ricadevano sino alle spalle salvo, in tal punto, dimostrare una naturale propensione alla ribellione, ondulandosi appena senza, tuttavia, incresparsi. E non dalla madre egli avrebbe potuto vantare di aver ottenuto tale retaggio dal momento in cui, tanto Nissa così come Midda Bontor erano da sempre, e in maniera naturale, contraddistinte da una vivace chioma rossa come il fuoco, al quale la mercenaria, da quasi vent’anni, aveva tuttavia rinunciato, nel cercare un’evidente occasione di distinguo dalla propria gemella, per non essere più con lei confusa e, in ciò, rischiare di godere, spiacevolmente, di nuove condanne da questa ottenute, così come già era accaduto con quella che l’aveva veduta perdere il proprio intero avambraccio destro, offerto in sacrificio alla rabbia della cittadinanza di Kirsnya.
Dal padre, e soltanto dal padre, Leas aveva anche ereditato il volto ovale, contraddistinto da una pelle olivastra, da grandi occhi verdi, appena ripiegati verso l’alto nelle proprie estremità più esterne, nonché da un naso corto e sottile e da un’ampia bocca definita da labbra delicate. Un retaggio che nulla avrebbe dimostrato in comune con Nissa o Midda Bontor e con la loro pelle chiara, quasi d’avorio, e soltanto turbata nella propria eterea presenza nell’apparir ornata da lievi spruzzate di efelidi, o con i loro occhi color ghiaccio, nonché con le loro labbra carnose. Un retaggio, ancora, quello in tal modo caratterizzato, che senza fatica avrebbe evidenziato una commistione di sangue misto, un’esotica e affascinante miscela di tratti propri di molti figli di Tranith con influenze dal lontano oriente, forse addirittura dal continente di Hyn, e che in alcuna misura sembrava essere stata ulteriormente contaminata in favore della propria metà tranitha dall’apporto materno, in grazia al quale Salge Tresand aveva potuto sempre vantare una particolare avvenenza, un indubbio e ammirevole carisma fisico, che non avrebbe potuto evitare di colpire, e colpire in positivo, anche i più fanatici detrattori dell’idea dell’unione fra uomini e donne provenienti da nazioni diverse, stolidi razzisti incapaci a cogliere l’evidenza di quanto, altresì, proprio in grazia di simili, e per fortuna non rari, accadimenti, i figli di tali coppie avrebbero generalmente potuto godere, da un punto di vista squisitamente fisico, del meglio dell’eredità offerta da due, o più, popolazioni.
Dal padre, e soltanto dal padre, Leas aveva ancora ereditato la propria intera struttura fisica e la propria naturale conformazione muscolare, agile e sinuosa, simile a quella di un magnifico predatore felino, che, anni di allenamenti e di vita per mare, non avevano in alcun modo allontanato da quella che il suo stesso genitore aveva egualmente conquistato, con una vita intera dedicata al dominio proprio del dio Tarth, al rispetto delle sue sempre giuste leggi e di tutti coloro che, suo pari, ne erano abitanti e figli, senza il benché minimo distinguo per nazionalità o provenienza.
Perché il mare, al di là di quanto avevano da sempre voluto definire i sovrani dei regni fondati sulla solidità della terra, e al di là di quanto, non diversamente, stava cercando di definire anche Nissa Bontor, proclamandosene regina, non conosceva realmente confini, non avrebbe potuto tollerare alcuna ipotesi di suddivisione territoriale. E tutti coloro che del mare erano i figli, riconoscendosi in tale definizione, non sarebbero stati né tranithi, né kofreyoti, né y’shalfichi, né shar’tiaghi o di qualunque altra possibile denominazione nazionalistica: sarebbero sempre e solamente stati figli del mare; fedeli ai suoi dei, che si chiamassero Tarth o Thyres, come in Tranith, che si chiamassero in mille altri nomi, poco avrebbe importato; e fedeli, sopra a tutto, allo stesso mare, privi di quell’arroganza propria degli abitanti della terraferma, che di essa se ne credevano i padroni, e privi di quell’arroganza propria dei pirati, che il mare si illudevano di poter piegare ai propri voleri, ai propri desideri, ai propri capricci.
Un rispetto per il mare, per le sue leggi e per la sue divinità, quello di Salge Tresand, che purtroppo non era stato egualmente ereditato dal figlio Leas, proprio malgrado nutrito al seno di una madre che, dei pirati, si era proclamata regina e che, in ciò, aveva abiurato a qualunque propria passata educazione qual figlia del mare, la stessa che, da sempre, contraddistingueva la sua famiglia, non solo sua sorella Midda, ma anche loro padre Nivre, e suo padre e il padre di suo padre prima di loro.
Nel confronto con tali premesse, purtroppo già note sin da quando, ormai un anno prima, il cammino di zia e nipote si era intrecciato nella lontana e pericolosa Rogautt, da Nissa Bontor eletta qual capitale del proprio regno, la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, non aveva voluto offrire spazio alcuno a fraintendimenti, ad ambiguità nel rapporto con il proprio interlocutore, rinunciando in ciò a un approccio più collaborativo, a un esordio più comprensivo e affettuoso nei riguardi di quel figlio negatole, sancendo in maniera ferma e decisa quelli che sarebbero stati i margini da lei accettati per una qualunque ipotesi di discussione. Perché anche ove egli fosse stato avvelenato, qual era, dalla propria madre naturale, ella non avrebbe potuto accettare l’eventualità di ulteriori offensive nei riguardi del povero Salge Tresand… non, soprattutto, da chi oltre a esserne figlio, e unico figlio per quanto a lei noto, ne era anche immagine in maniera tanto palese, sì spudorata e, al suo sguardo, quasi blasfema, nell’odio che in tal modo lo caratterizzava.
A sorprenderla, a disorientarla, a spiazzarla, così come poche volte era accaduto nel corso della sua esistenza, così come raramente si era concessa occasione di essere, fosse anche in contrasto ai peggiori orrori abitualmente intenti a popolare gli incubi dell’umanità; il giovane pirata non reagì con distacco innanzi a quella quieta offensiva, non le offrì né arroganza, né supponenza, né tantomeno gelida indifferenza, qual, sino ad allora, aveva rivolto ad Av’Fahr, incaricato di interfacciarsi con lui per evitare che un qualsivoglia coinvolgimento emotivo, in lei, potesse compromettere il dialogo con quell’inatteso ospite. Niente di tutto questo. Anzi…

« … ma… cosa…?! » fu costretta a sussurrare ella, in un flebile alito di voce, aggrottando la fronte.

… a dispetto di ogni aspettativa, in contrasto a ogni ipotesi in senso contrario, non conseguenza di semplice pregiudizio, di sciocca discriminazione, ma frutto dell’esperienza, pur breve ma non per questo priva di profonde ragioni di dolore; Leas si dimostrò sinceramente turbato da quel preambolo, lasciando crollare, prima in maniera composta, poi in termini sempre più violenti e incontrollati, la maschera di sarcastica irriverenza che poteva averlo precedentemente contraddistinto, per palesare un animo diverso, e, in quel momento, segnato da un inedito dramma, una sofferenza che, per quanto egli chinò il capo forse nella speranza di conservare qual propria una qualche dignità, venne allora evidenziata da calde lacrime che rigarono il suo viso, scendendo lungo le gote sino al mento e, da lì, gocciolando sul petto.

« Leas…?! » esitò, non riuscendo a comprendere in che misura rapportarsi con lui innanzi a quella reazione, a quella risposta, così diversa da qualunque sua attesa.
« .. io… » tentò di rispondere il giovane, subito zittendosi, nell’apparente sforzo di non riuscire a trattenere nel profondo del proprio cuore le emozioni che stava vivendo, e che si stavano, di istante in istante, condensando sempre di più in quella pioggia salmastra, in misura tale da farlo apparire molto più giovane di quanto non avrebbe dovuto essere, più giovane dei due decenni di vita che, pur, avrebbero dovuto contraddistinguerlo « … io… mi dispiace. Mi dispiace tanto… » soggiunse, cercando di non singhiozzare nel pronunciare quelle parole di apparentemente sincero pentimento « … mi dispiace tanto per quello che è successo. Per come è successo. Per… per tutto. »


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