11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

venerdì 24 maggio 2013

1950


« Muori, maledetto! » ringhiò, costretto a esprimersi a denti stretti non tanto qual espressione del furore del momento, di un qualche bestiale sentimento di rabbia pur giustificabile in un frangente qual quello, quanto e piuttosto nel dolore da lui allora provato, l’innegabile pena conseguente alla ferita inflittagli in un gesto che, se per l’ippocampo avrebbe dovuto essere considerato trasparente di un fallimento, anche per lui non avrebbe potuto essere in alcun modo considerato un successo.

Perduta, tuttavia, quell’armonia di tempi e di cadenze necessariamente richiesta in quel conflitto, nel cuore di quella battaglia così come di qualunque altra pugna, tutte non dissimili da complesse danze di morte, al fine di non permettere ad alcun antagonista di riuscire ad avere la meglio in proprio contrasto; pur vendicatosi del mostro che era stato in grado di pretendere, da lui, quell’offerta di sangue, Av’Fahr si ritrovò allora a essere troppo generosamente offerto a qualunque ulteriore aggressione, a qualunque sempre più spiacevole e sempre più letale offensiva, in misura tale da rendere, a dir poco certa, una sua imminente sconfitta, una sua addirittura ovvia condanna, qual mera esecuzione di una sentenza già scritta e, ormai, irrevocabile.
A ovviare a una tanto tragica conclusione di una vita pur straordinariamente avventurosa, qual certamente egli non avrebbe potuto negare essere stata la propria, intervenne, per sua grazia, per sua incommensurabile fortuna, non soltanto la mano della Figlia di Marr’Mahew, o quella della sua rossa e amata compagna, quanto, e ancor più, quella di ben altri due prima inediti protagonisti, i quali approfittarono del proprio ingresso in scena, della propria forse inattesa partecipazione a quel conflitto, per esprimere il proprio dissenso a qualunque aggressione a discapito del loro comune camerata, di quel fratello d’armi con il quale avevano già avuto occasione di condividere molte avventure e con il quale, ciò non di meno, erano desiderosi di poter condividere ancora molto altro, di potersi spingere non soltanto sino al termine di quell’ennesima avventura, ma anche e ostinatamente, di molte altre ancora. Così, oltre a Midda e a Masva, le quali al fine di preservare la già compromessa salute del povero Av’Fahr si catapultarono, letteralmente, in suo soccorso, in sua difesa, frapponendosi fra lui e chiunque a lui desiderasse levare offesa; anche Noal, Hui-Wen e Camne Marge si ersero qual muro umano attorno al loro amico ferito, pronti, ove necessario, a versare il proprio sangue in cambio del suo, a compenso di quello che mai avrebbero permesso fosse ancora spillato dalle sue vene.

« Certo che neppure questo dannato tempo da lupi è sufficiente per impedirvi di mettervi nei guai… non è forse vero?! » esordì il capitano della Jol’Ange, con tono di preoccupato rimprovero nei riguardi dei tre già protagonisti di quella battaglia, nel mentre in cui, con la propria mazza si impegnò a respingere qualunque creatura volle rendere proprio l’azzardo di ipotizzare un confronto eccessivamente ravvicinato con lui o con qualunque membro del proprio equipaggio, per proteggere i quali sarebbe stato il primo a donare la vita, rammaricandosi di averne soltanto una da poter loro dedicare.
« Ci conosci, Noal… non siamo fatti per restare indolenti a contare lo scorrere del tempo goccia dopo goccia. » tentò di sdrammatizzare Masva, difendendo il loro operato e, in ciò, sforzandosi di non distrarsi eccessivamente, qual pur il suo cuore l’avrebbe costretta, nel voltarsi a osservare con più attenzione il petto del proprio uomo, per accertarsi di quanto gravi o meno avessero a doversi considerare le sue condizioni, in quel momento apparentemente tutt’altro che trascurabili, soprattutto nel cogliere, alla luce di ogni singolo fulmine, il costante estendersi di una macchia rossa ai loro piedi, in un misto di acqua e di sangue lì trascinato dall’impeto impietoso della pioggia.
« Certo che vi conosco. » confermò il primo, storcendo appena le labbra verso il basso qual reazione a una tanto blanda espressione di difesa da lei dopotutto allor scelta a sostegno del loro pericoloso operato, di quell’azzardata battaglia che, troppo banalmente, avrebbe potuto trasformarsi in una condivisa e comune condanna a discapito di tutti loro « Ragione per la quale, da qui fino all’ultimo dei vostri giorni, sarete costretti a consumarvi le ginocchia per ripulire il ponte della Jol’Ange in misura sufficiente a permettermi di rispecchiarmici sopra… razza di scavezzacollo che non siete altro! »

E se anche, in quella particolare scelta di parole e toni, nonché nella minaccia apparentemente tutt’altro che retorica da lui allora resa propria, per il gruppo formato da Midda, Masva e Av’Fahr la prospettiva di futuro allora garantita non avrebbe dovuto essere considerata fra le migliori; impossibile sarebbe stato, per tutti loro, non cogliere in quelle stesse parole e in quegli stessi toni, nonché in quella minaccia, l’evidenza di tutta la preoccupazione che lo stesso Noal non avrebbe saputo negarsi all’idea di dover offrire alle fiamme i corpi di altri amici, di altri compagni, di altri fratelli e sorelle qual già a troppi era stato costretto a offrire l’estremo saluto nel corso di quegli ultimi anni, più di quanti non era certo di poter essere umanamente in grado di gestire senza perdere, proprio malgrado, quel poco di senno rimastogli.
Ancor prima che qual espressione d’offesa nei loro riguardi, pertanto, quell’intervento avrebbe dovuto essere apprezzato per quanto era, per uno splendido gesto d’amore da parte di quell’uomo che, in un ruolo pur non voluto, pur non ricercato a bordo della loro nave, della loro piccola e agile goletta, lo aveva visto costretto a rendersi per tutti loro genitore, per tutti loro padre; in ciò agendo e parlando in toni che avrebbero potuto persino apparire sgradevoli o sgraditi, e che pur mai avrebbero asserito qualcosa in loro reale contrasto, in loro aperta condanna, si fossero essi persino macchiati dei peggiori crimini che mai la sua pur fervida immaginazione sarebbe stata in grado di generare.

« Cioè… vorresti davvero considerarci colpevoli… perché una mandria di cavalli di mare ha deciso di prendere d’assalto… quest’isoletta sperduta nei mari meridionali?! » tentò di contestare il figlio dei regni desertici centrali, sforzandosi di parlare e, proprio malgrado, maturando allor consapevolezza di quanto una pur tanto semplice operazione stesse lì rappresentando per lui un’occasione di affaticamento, in misura tale da risultare non di meno preoccupante per le proprie condizioni, evidenza di quanto il rischio di dissanguamento avrebbe allora dovuto essere considerato persino maggiore anche rispetto a quello d’infezione.
« No… voglio considerarti colpevole per esserti lasciato sorprendere da una mandria di cavalli di mare! » ribadì Noal, aggrottando appena la fronte e lasciando calare la propria mazza con impeto tale contro la bocca priva di labbra di uno di tali mostri da incrinarne quasi per intero la letale dentatura, aprendo, così, possibilità all’intervento di chiunque altro, lì presente, di porre fine anche all’esistenza di quell’ennesimo ippocampo, in un conteggio, fra coloro abbattuti e quelli ancora da abbattere, di istante in istante sempre più complesso da tenere, fosse anche, e soltanto, per incertezza nel merito del loro conteggio totale « E guai a te se soltanto osi pensare di restarci secco. Ti ricordo che sono il tuo capitano e, fino a prova contraria, non ti ho dato il permesso di crepare questa notte. Né, tantomeno, ho intenzione di concedertelo! »
« Cercherò… di farmene una ragione. » sorrise Av’Fahr, non equivocando neppure per un istante l’intervento dell’antico amico quali un qualche delirio di onnipotenza, ma, in esse, leggendo solo e unicamente il timore di perdere anche lui, così come già, tutti loro, avevano perso Salge Tresand, Ja’Nihr e Berah, lutti che neppure il passare del tempo aveva realmente permesso di superare.

Al di là d’ogni preoccupazione, al di là d’ogni ansia, più che legittima, più che motivata non soltanto dal contesto tanto palesemente sfavorevole, ma, ancor più, nel timore per la sorte di Av’Fahr, colui che fra tutti loro avrebbe dovuto essere riconosciuto qual il più forte fisicamente e che pur, allora, avrebbe potuto apparire qual il più debole, il più fragile, nel ritrovarsi sì gravemente ferito; quanto oggettivamente non avrebbe potuto che alimentare il fuoco della speranza nei cuori di tutti loro, incluso lo stesso Av’Fahr, non avrebbe potuto che essere l’evidenza di come, allora come in qualunque altro momento della loro comune esistenza, anche quella battaglia forse disperata, forse già persa, stesse lì venendo affrontata qual ogni altra da loro mai combattuta nel corso del tempo… insieme.


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