11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

venerdì 17 maggio 2013

1943


« Non ci voglio credere! » contestò Av’Fahr, sgranando gli occhi innanzi a tutto ciò e, subito dopo, chiarendo le ragioni alla base della propria difficoltà ad accettare i fatti per così come occorsi, non tanto nel merito dell’abbattimento di quel primo ippocampo, quanto e piuttosto a proposito delle parole da lei in tal senso appena pronunciate, quella voce in quasi divertita disfida, qual quella a loro neppur troppo implicitamente rivolta « Non vorrai davvero metterti a gareggiare nel contare chi fra noi riesce ad abbattere più ippocampi in meno tempo, spero bene! » si augurò, in termini apparentemente privi di ambiguità nella propria interpretazione critica a discapito di quell’idea, e pur, al contempo, avallandola e incalzandola, nel suggerire, addirittura, l’introduzione di un fattore temporale dall’altra neppure accennato.
« Che succede, Av’Fahr?! Non avrai paura di sfidare una vecchietta come me… » replicò la Campionessa di Kriarya, ritraendo la propria lama dal capo della prima bestia abbattuta con sufficiente e obbligata repentinità, allora utile a permetterle di sottrarsi alla rivalsa delle altre creature sue pari, che, superato il momento di naturale disorientamento iniziale, non vollero accennare ad alcuna possibile opportunità di indifferenza nei riguardi della loro antagonista, di quella preda apparentemente proclamatasi predatrice e che, per questa ragione, non avrebbero potuto ulteriormente tollerare qual ancora esistente in vita, quasi incarnazione di un’arrogante blasfemia a loro stesso discapito « Ormai ho quasi otto lustri di vita… cosa mai vuoi che sia ancora capace di compiere a quest’età?! »

A dispetto di tali parole, di simile ironia destinata a proprio stesso discapito, e rivolta a enfatizzare quanto, ormai, la giovinezza avrebbe dovuto essere riconosciuta distante per lei, e con essa tutte quelle stesse possibilità che anche e soltanto dieci anni prima le sarebbero ancora potute essere attribuite; ella sembrò desiderosa di smentire con l’evidenza dei fatti quanto non solo quegli ultimi dieci anni di vita, ma anche, e più in generale, tutti i propri ormai quasi quarant’anni, età ammirevole per la maggior parte delle persone, e a dir poco straordinaria per un guerriero mercenario qual ella era, non stessero lasciando avvertire il proprio peso. Perché nel confronto con la carica, contemporanea, di ben tre ippocampi, fra le fauci dei quali ella avrebbe potuto essere smembrata con una facilità addirittura imbarazzante, trovando opportunità di essere uccisa così rapidamente da non concederle neppure occasione non solo di soffrire ma, anche e semplicemente, di maturare coscienza di quanto sarebbe potuto allora avvenire; ella non si limitò a cercare un’occasione di ritirata voltandosi e correndo come, probabilmente chiunque al suo posto avrebbe istintivamente compiuto, ma dimostrò quanto il proprio corpo, i propri muscoli allenati in un impegno continuo e costante, quotidiano e irrinunciabile, quali erano da sempre stati gli esercizi fisici con i quali colmava quasi ogni momento di libertà le fosse concesso, fossero ancora capaci di concederle di un’attenzione, una coordinazione e un’agilità fuori dal comune, e tali da suscitare, addirittura, invidia nei propri due primi spettatori, in coloro che, pur più giovani rispetto a lei di qualche anno, non avrebbero potuto che imbarazzarsi, all’idea di non essere capaci di giungere al suo stesso traguardo, a quella medesima maturità con eguale, palese, intrinseca e apparentemente irrinunciabile giovinezza.
E alcun’altra reazione, allora, avrebbe potuto essere propria tanto dell’uno quanto dell’altra, tanto della rossa quanto del colosso dalla pelle simile a ebano, tanto di Av’Fahr quanto della propria amata Masva, nell’osservarla impegnarsi in un’imprevedibile, e quasi impossibile, sequela di rapide capriole all’indietro, movimenti che ella fu lì in grado di porre in essere senza neppure dover coinvolgere la propria unica mano rimastale, a offrirle un qualche appoggio così come, tuttavia, avrebbe potuto concederle unicamente nel rinunciare, in tal atto, al possesso della propria lama, in una scelta che, evidentemente, non avrebbe mai voluto accettare, non avrebbe mai voluto abbracciare qual propria. Capriole non meno che perfette, tanto nella propria esecuzione quanto nella propria palese efficienza e, ancor più, forse, nella propria eleganza, nell’armonia in esse espressa, e che le permisero, un semplice istante dopo l’inizio delle medesime, di essere già a non meno di una dozzina di piedi dai mostri, nuovamente in postura eretta, nuovamente in posizione di guardia, pronta a offrire battaglia a chiunque a lei l’avesse domandata.

« … vecchietta?! » ripeté la donna marinaio, addirittura sforzandosi nel mantenere i propri bulbi oculari all’interno delle proprie naturali sedi, di quelle orbite dai quali, troppo facilmente, avrebbero potuto saltare fuori, riversandosi a terra per l’ammirazione spontaneamente destinata a chi capace di tanta grazia qual, senza ipocrisia e con giusta autocritica, ella stessa non si sarebbe mai potuta considerare altrettanto confidente nel poter offrire, non in quel gesto, non in altre similari evoluzioni « Che Tarth e tutti gli dei del nostro amato mare possano pretendere la mia vita in questo stesso istante se non sei la più arzilla vecchietta che io abbia mai immaginato di poter vedere all’opera! » commentò, aggrottando la fronte, con tono volutamente impostato qual scherzoso, qual giocoso, nella speranza di conservare qual propria una pur minima, effimera dignità, qual temeva altrimenti non le sarebbe più stata propria nel dimostrarsi a lei eccessivamente omaggiante, non in termini che si sarebbero potuti riconoscere adeguati a una compagna d’armi, quanto e piuttosto a un’ammiratrice, a una sostenitrice, a una partigiana, e qual pur, sperava, essere riuscita a non apparire.
« Che Thyres e tutti gli dei del nostro amato mare possano pretendere tutte le nostre vite in questo stesso istante se non ci dimostreremo capaci di sterminare questa mandria prima che la tempesta possa placarsi, e le nuvole in cielo diradarsi, ricordandoci in qual dannato momento del giorno abbiamo a doverci considerare in questo istante! » suggerì, in risposta, la Figlia di Marr’Mahew, sorridendo giustamente inorgoglita da quelle parole, dal complimento a lei allora rivolto, e forse, e soprattutto, dal risultato da lei comunque ottenuto, quel primo sangue, e quell’annessa prima morte, subito pretesa qual propria in concomitanza al proprio primo attacco, così come, probabilmente, un giorno, di lì a qualche anno, o, chissà, a un altro, intero decennio, non sarebbe più stata capace di compiere, di pretendere qual proprio, e che pur, ancora, la contraddistingueva, malgrado tutto « Avanti, pelandroni… non vorrete lasciare a me tutto il divertimento?! »

E ancora, malgrado la domanda retorica a proprio supposto freno, ella torno ad agire, e a reagire, con impeto sconvolgente, con energia dirompente, e tale da condurla nuovamente in avanti, ancora una volta in una solitaria carica in contrasto all’avanzata degli ippocampi, per raggiungere i quali, comunque, sarebbe loro stato ormai necessario compiere soltanto pochi passi. Ma se la sua lama, già sporca di sangue e di altri fluidi corporei sottratti alla propria prima vittima, ancora una volta fu da lei inarrestabilmente condotta alla ricerca delle carni dei propri antagonisti, e di un’occasione utile a penetrarle, attraverso l’unica via sino ad allora compresa qual atta a conquistare la loro sconfitta e la loro morte; in questa nuova occasione, in tale nuova carica, qual conseguenza di una reazione rapida e ben ponderata del proprio eletto bersaglio, e volta a offrire alla traiettoria di quella spada unicamente la solidità inviolabile delle sue scaglie, ella non riuscì a replicare lo sconvolgente successo precedente, nell’ottenere, come previsto, soltanto la possibilità di porre nuovamente alla prova la resistenza dell’epidermide corazzata di quei mostri, scivolando contro la stessa in una lunga cascata di scintille e, ciò nonostante, negandosi qual propria anche e banalmente la più illusoria speranza di predominio nel confronto con essa, quasi si fosse allora scagliata non contro una creatura vivente, quanto e piuttosto in contrasto a una montagna di solida e inviolabile roccia, nel tentare di violare l’integrità della quale, avrebbe potuto rendere proprio solamente un terrificante affaticamento, nonché, nel migliore dei casi, una spalla lussata.
Un’assenza di risultato, un estemporaneo fallimento, il suo, che pur non le valse neppure un fugace istante di disappunto, un pur comprensibile e giustificabile disincentivo a insistere in quella stessa direzione, così come, altresì, continuò ad avvenire, nel ricercare, non paga, un’occasione di rivalsa, nel guidare una seconda, una terza e, ancora, una quarta volta la propria arma alla ricerca di un’altra, ma non per questo medo desiderata, carcassa priva di vita a ornare il terreno sotto ai propri piedi.


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