11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 16 maggio 2013

1942


« Ho l’impressione che ci siano visite per te… » rispose Masva, così interrogata, aggrottando appena la fronte e indicando, con lo sguardo, i nemici sempre più prossimi a loro, a una distanza sempre inferiore e che, di lì a breve, a brevissimo, non avrebbe garantito altra occasione al di fuori dello scontro fisico, del confronto diretto, per quanto violento e potenzialmente letale esso sarebbe allora potuto risultare « Avresti potuto avvisarci della tua intenzione di dare un’altra festa! Anche se, a essere sincera, già l’ultima, a Licsia, aveva soddisfatto ogni mia possibile brama di folleggiante svago. » puntualizzò, offrendo riferimento, in tal senso, alla battaglia che aveva visto protagonista la stessa sua interlocutrice e un essere osceno e alieno a qualsivoglia parvenza di umanità, emissario della sua gemella, autoproclamatosi qual vicario della regina Anmel e presentatosi con il non particolarmente significativo nome di primo-fra-tre.
« Scusatemi… » replicò la Figlia di Marr’Mahew, recuperando rapidamente l’autocontrollo per un fugace istante forse perduto nel confronto con quella nuova e straordinaria minaccia, e a sua volta decidendo di ricorrere all’ironia e al sarcasmo quali prime risorse in difesa propria e della propria necessaria freddezza, del proprio irrinunciabile distacco emotivo da quanto lì in corso, seppur altresì del tutto inutile in offesa a quegli avversari, a quegli antagonisti nel confronto con i quali a ben poco sarebbe valsa qualunque pur brillante favella « … ma sapete bene quanto io ami organizzare le cose all’ultimo istante. E quando c’è l’occasione di distrarsi un po’ dalla monotonia di tutti i giorni, non riesco proprio a rinunciarvi! » argomentò, a delineare quel momento quasi qual animato da possibile, intimo piacere, benché oggettivamente sarebbe stato difficile riuscire a ipotizzare che un nuovo confronto con un tanto sgradevole mostro potesse essere in cima alla sua lista di priorità, così come a quella di amabili occasioni di intrattenimento.
« Non vorrei apparire eccessivamente critico… » commentò allora Av’Fahr, non sottraendosi alla possibilità di offrire il proprio contributo alla conversazione in corso, in quella che, forse, sarebbe stata la sua ultima occasione di parola per un po’ di tempo… se non, peggio, per sempre « Ma ciò a cui presterei maggiore attenzione, nell’organizzare questi piacevoli eventi mondani, è la scelta degli invitati. » osservò, a evidenziare tutta la propria più sincera mancanza di apprezzamento per l’avvento degli ippocampi, giuoco o meno che quello stesso intervento avrebbe dovuto essere considerato « Diciamocelo, Midda… il tuo gusto in fatto di amici è veramente pessimo! » concluse, conscio di starle offrendo un’occasione perfetta per ribattergli a tono, e pur non ipotizzando, neppure per un istante, di riformulare il proprio intervento in altri termini, in diversa forma, non volendo rinunciare all’occasione di collaborare con lei neppure sotto un profilo tanto semplice, quasi banale qual quello proprio di tale faceto dialogo, e già, in tal senso, dimostrando quanto, accanto a lei, così come accanto all’amata, lì sarebbe stato pronto a compiere tutto quanto sarebbe stato utile porre in essere per garantire alla loro fazione, alla loro squadra, la vittoria.
« Ma se così non fosse non potremmo essere amici… e con chi mi potrei divertire, a questo punto?! » ribatté, esattamente per come atteso, per come preventivato e quasi da lei preteso, in quell’unico modo che non avrebbe vanificato l’impegno posto dal figlio dei regni desertici centrale nei propri riguardi, per garantirle l’opportunità di quello specifico compimento, quel finale al loro breve scambio di battute, prima dell’inizio di quello che avrebbe potuto essere anche il termine delle loro vite, se solo non si fossero dimostrati sufficientemente capaci a resistere a quella carica.

E benché, dall’ultima volta in cui ella aveva avuto l’occasione di affrontarne uno, quasi dieci anni prima, molte cose fossero mutate e, soprattutto, il vantaggio derivante da un’insensibile protesi in metallo le era stato praticamente negato, insieme all’estremità della stessa, alla mano destra che nuovamente aveva perduto, Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, non si trasse indietro, non prese neanche in esame la possibilità di eludere quel conflitto, di sottrarsi a quella sfida, affrontando la mortale minaccia lì loro riservata, anche in quell’occasione, allo stesso, unico modo in cui, da sempre, nella propria vita, si era impegnata a offrire battaglia a qualunque antagonista, a ogni avversario con il quale aveva avuto occasione di ricercar tenzone, ottenere duello.
Così, con incommensurabile coraggio, con sconvolgente ardimento, e probabilmente con anche una certa imprudenza che pur non avrebbe mai dovuto essere fraintesa qual assenza di giudizio, carenza di senno, al termine stesso di quelle ultime parole, dell’occasione di quella provocazione tanto generosamente donatale; ella balzò in avanti, senza neppure un grido, senza un semplice verso utile ad accompagnare quella carica, quella pugna, nell’offrirsi solamente concentrata su quanto stava allora compiendo, completamente assorta nel controllo delle proprie azioni, dei propri gesti, del più piccolo movimento, allora potenzialmente trascurabile, così come della propria vigorosa falcata e dell’energica spinta imposta al proprio sinistro, e alla spada bastarda sua naturale estensione, all’indietro, per riservarsi, in tale postura, la possibilità del più amplio assalto possibile, nel mentre in cui a quanto restava del proprio braccio destro, e al nero metallo dai rossi riflessi che ancora lo ricopriva da dove un tempo era il suo polso sino a sotto alla spalla, venne delegato il consueto ruolo difensivo, eletto spontaneamente a proprio scudo. E prima ancora che ai suoi stessi due compagni di ventura, in quello specifico momento, potesse essere concessa occasione di comprendere quanto ella avrebbe desiderato in tal modo ottenere, il suo primo attacco venne condotto a compimento, sorprendendo non solo quella coppia di marinai, ma anche, e forse ancor più, la terrificante mandria di ippocampi, i quali, probabilmente, non si sarebbero mai potuti attendere una risposta simile da parte sua, non si sarebbero mai potuti aspettare che la propria cena, come ella, in quanto umana, avrebbe soltanto potuto essere definita al loro sguardo, ai loro verdi occhi luminescenti, potesse decidere di avanzare stolidamente verso di loro, oltretutto animata da un intento evidentemente offensivo a loro stesso discapito.
Risultando alla loro attenzione, probabilmente, non diversamente da come sarebbe apparsa ai suoi occhi l’idea di un innocuo vegetale bramoso di aggredirla, la donna dagli occhi color ghiaccio, in quella notte quasi risplendenti non di meno di quelli dei mostri a lei contrapposti, ebbe in grazia alla propria folle audacia la possibilità di spingere il proprio avambraccio metallico a cercare un punto d’appoggio fra la testa e il collo di uno degli ippocampi, quello a lei più prossimo, subito dopo catapultando la propria lama bastarda, quasi dardo gettato da balestra, attraverso quella letale fenditura contornata da denti simili a lame. Pur prestando attenzione, in tale esecuzione, lì a non abbandonare la propria arma, non si privarsi della stessa in conseguenza a quanto avrebbe pur potuto essere riconosciuto qual un comprensibilmente umano eccesso di foga, ben consapevole di come, in tale atto, necessariamente, si sarebbe altrimenti veduta offrirsi più inerme di quanto non avrebbe potuto esserlo anche nel presentarsi a quell’incontro completamente nuda; ella neppure tentò di frenarla nel proprio avanzare, nel proprio incedere, non per timore di tale possibilità nell’assolutamente perfetto controllo sulla stessa maturato in lunghi anni di sempre più leggendarie gesta, anzi accompagnandola con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze in quella violenta penetrazione, non paga, semplicemente, della prospettiva di dimostrare di poter uccidere quella creatura, laddove non di meno consapevole di come l’unico potere che allora sarebbe valso sarebbe stato quello delle azioni e non delle possibilità… della morte e non solo del sangue.
Morte, quella da lei ricercata, da lei invocata a piena voce, seppur ancora completamente muta, improvvisamente priva di qualunque volontà di facile favella, che solamente avrebbe potuto ottenere raggiungendo, con la letale punta della propria più fedele compagna, della propria più cara amica, il palato di quell’essere, di quella bestia mostruosa, affamata e apparentemente invincibile, per sfondarlo e, al di là dello stesso, conquistare il suo cervello, al solo, primario e indubbiamente vitale scopo di ridurlo in poltiglia, rigirando, al suo interno, la fredda e perfetta lega di quella stessa spada bastarda.

« Uno a zero per me! » si concesse di esclamare, nel mentre in cui, con un colpo secco del proprio polso, tradusse l’intento in opera, l’idea in azione, strappando con un gesto impietoso la vita dal corpo di quella bestia, con una così assoluta assenza di inibizione, nel pretendere quel sacrificio, tale per cui, paradossalmente, avrebbe potuto suscitare un moto di compassione per quell’essere che pur alcuna esitazione avrebbe dimostrato nel farla a pezzi, squartandola e sbranandone le carni qual semplice dato di fatto, non rendendo proprie maggiori emozioni, maggiore coinvolgimento empatico nei riguardi della propria desiderata preda.


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