11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 22 maggio 2013

1948


Midda Bontor non era sempre stata una mercenaria. Né, prima ancora, era sempre stata un marinaio. Ciò che, tuttavia, ella era sempre stata era una combattente e un’avventuriera.
Nata figlia dei mari e cresciuta nella piccola e pacifica isola di Licsia, di poco più grande rispetto a Bael là dove si poneva impegnata a combattere in quel particolare momento, in quel preciso frangente, colei che diversi anni dopo avrebbe iniziato a essere conosciuta qual la più straordinaria mercenaria di quell’angolo di mondo, oltre che un’insuperabile donna guerriero forse e addirittura impossibile da abbattere; sin dai primi anni della propria esistenza ella aveva offerto evidenza di quello stesso animo, di quello stesso spirito privo d’eguali che avrebbe iniziato ad affinare nel corso della propria fanciullezza e che l’avrebbe contraddistinta da adulta, dimostrando, in tal modo, una certa, mai rinnegata, coerenza di fondo. Perché anche laddove altri bambini e altre bambine, suoi coetanei, erano al più soliti dimostrarsi desiderosi di imitare il comportamento dei propri genitori o di altri propri parenti, in un giuoco che, un giorno, avrebbe assunto il palese carattere di un tirocinio, di un apprendistato; da parte della piccola Midda alcuna passione era mai stata dedicata se non nei riguardi di quelle mirabolanti storie apprese attraverso le canzoni dei bardi, e alcun giuoco era mai stato ricercato al di fuori di quello che l’avrebbe vista protagonista di incredibili battaglie, di stupefacenti conquiste, a propria volta eroina all’interno di quegli stessi racconti da lei tanto apprezzati, addirittura e forse persino idolatrati qual unica verità degna d’esser apprezzata.
Una chiara scelta nel confronto con il proprio stesso futuro, con quanto ella avrebbe voluto rendere qual proprio futuro e avrebbe lottato per ottenere, che non avrebbe potuto essere in alcun modo equivocata e che, da parte sua, l’aveva vista sempre agire con umile fedeltà a tali ideali, anche laddove ciò avrebbe significato porre in dubbio tutta la propria stessa e intera vita, così come, del resto, aveva compiuto abbandonando la propria dimora ancora bambina per imbarcarsi clandestinamente su quella nave che, sperava, l’avrebbe condotta all’importante incontro con il proprio stesso destino.
Per quanto, tuttavia, l’indole guerriera e il richiamo dell’avventura potessero essere sempre stati forti in lei, in misura tale, addirittura, da spingerla a un gesto tanto azzardato, soprattutto per un’età così straordinariamente giovane e per chi, come lei, da sempre vissuta, prima di allora, in un ambiente soltanto contraddistinto da pace e amore; simile predisposizione, da sola, non avrebbe potuto rappresentare, né per lei, né per chiunque altro, una concreta possibilità di sopravvivenza, una reale opportunità volta al mantenersi nel piano d’esistenza proprio dei viventi. Non, quantomeno, in attesa di un’adeguata formazione, di un utile addestramento che, a partire dalla pur pregevole materia grezza da lei offerta, sarebbe stato non solo necessario, ma addirittura indispensabile al fine di riuscire a dar vita al capolavoro che, dopo un’intera vita trascorsa in ogni genere di campo di battaglia, spesa in ogni possibile guerra, l’aveva resa quell’incomparabile capolavoro che, ormai, avrebbe dovuto oggettivamente essere riconosciuto. E non un mese, una stagione, un anno e neppure un lustro, avrebbero allora potuto essere ricordati qual spesi in quella formazione, per renderla colei che ella era in quello specifico momento, in lotta contro una mandria di cavalli di mare; quanto e non di meno la propria intera vita, tutta la propria esistenza, dal momento in cui, sebbene non le fossero mancati maestri d’arme di ogni sorta e natura, tali da insegnarle a combattere tanto a mani nude, quanto con spade, scuri, martelli, bastoni, picche e, ancora, qualunque attrezzo avrebbe mai potuto essere impiegato per strappare la vita da un corpo avversario, le più importanti lezioni che mai avrebbe potuto rimembrare, avrebbe potuto vantare di aver ricevuto, avrebbero dovuto essere riconosciute quelle letteralmente conquistate, giorno dopo giorno, battaglia dopo battaglia, dagli antagonisti sconfitti, dai nemici abbattuti, nel sangue dei quali era stato redatto l’unico attestato del quale avrebbe mai potuto abbisognare per veder riconosciuti i meriti del proprio operato, il livello della propria professionalità.
Alla luce di simili considerazioni, di tali, inconfutabili, verità, descrivere Midda Bontor con l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra propria del pantheon di un piccolo arcipelago a occidente di Kofreya, non sarebbe potuto risultare in alcun modo gratuitamente enfatico, non maggiormente rispetto a considerarla una figlia del mare solo perché nata e cresciuta su un’isola, e con una tale confidenza con quell’infinita distesa azzurra da averle reso più semplice apprendere a nuotare ancor prima che a camminare. Perché nella stessa misura con la quale ella avrebbe saputo dirsi in armonia con il mare e con le sue leggi, naturali e non, in egual modo avrebbe potuto essere riconosciuta in comunione con la guerra e con le sue dinamiche, per quanto drammatiche o, addirittura, tragiche. Non semplice alfiere, non fanatica promotrice, tuttavia e in ciò, della guerra, della violenza qual mezzo di risoluzione d’ogni conflitto, d’ogni dissenso, d’ogni problema, quanto e piuttosto, carnale rappresentazione, terrena raffigurazione, ella era divenuta, con orgoglio e con convinzione, capace di esprimere, in ogni proprio pur letale gesto, in ogni propria pur terrificante offensiva, non soltanto una condanna a morte, quant’anche e paradossalmente un inno alla vita e alla passione, a una passione fisica tanto intensa, sì pulsante, da poter essere persino equivocata qual sessuale, qual erotica, benché mai avesse tratto personale piacere dalla morte dei propri avversari. Avversari dei quali, pertanto, non di principio ricercava sofferenza o condanna, nel preferire, altresì, onorare la guerra che ella, concretamente, aveva reso arte, nel decretare una sconfitta senza, per questo, pretendere una vita, imporre il proprio trionfo senza, in ciò, necessariamente, provvedere a una prematura dipartita del proprio antagonista.
Non in omaggio alla morte, nella quale pur non avrebbe potuto ovviare a eccellere, quanto e soltanto in tributo alla guerra, quindi, avrebbero dovuto essere da sempre, e sempre, intese le sue conturbanti movenze, quella danza inebriante e coinvolgente nel confronto con la quale qualunque uomo, e probabilmente persino molte donne, si sarebbero ritrovati intimamente interessati a seguire, ad assistere se non, addirittura, a partecipare, accanto a lei, nella speranza, in ciò, da ciò, di poter ottenere, forse per osmosi, forse per empatia, una qualche personale possibilità di eguale compiacimento, al pari di quello da lei tanto trasparentemente tratto. Un tributo alla guerra, da sempre, e sempre, che anche in quel momento, in quel particolare contesto, non venne meno, neppure nel confronto con quei mostri privi di qualsivoglia barlume di umanità, e animati soltanto da una brama di sangue e di morte, non per mero sadismo quanto, e possibilmente, per ancor più preoccupante appetito, ai quali, pur, ella avrebbe dovuto riconoscersi costretta a tentare di imporre, necessariamente e inequivocabilmente, il gelido tocco della propria lama bastarda.
E così, anche in una situazione che chiunque altro, a incominciare dai suoi stessi due complici in quella battaglia, Masva e Av’Fahr, avrebbe ritenuto quantomeno priva di qualunque ragione di allegria, di divertimento, per non scadere, esplicitamente, del dramma e nella tragedia; Midda Bontor, già Figlia di Marr’Mahew, ormai anche Campionessa di Kriarya, non poté che riservare per sé un’occasione di diletto, una ragione di trasparente entusiasmo, tale da rendere una tanto pericolosa disfida, un sì letale tenzone, un piacevole diversivo. Con indubbia complicità, in favore di un tale distorto intendimento di una terrificante minaccia, della sgradevole pressione psicologica in suo contrasto rappresentata dal confronto con il nipote: un impegno da lei assolutamente non apprezzato, privo di qualunque possibilità di ebbrezza, che, in conseguenza a quell’assalto, era stata, fortunatamente avrebbe detto, costretta a sospendere, a rinviare a un prossimo futuro, e che, fosse dipeso fra lei, avrebbe ulteriormente posticipato, non riuscendo a riconoscersi, proprio malgrado, qual già pronta a un simile confronto, per quanto chiunque altro lo avrebbe giudicato addirittura banale, soprattutto innanzi alla prospettiva offerta dall’unica alternativa lì a lei allora riservata, e pur, non di meno, maggiormente gradita.

« Sono spiacente di informarvi che con questo ho raggiunto quota tre! » esclamò, con un tono quasi rammaricato, in direzione della rossa e del figlio dei regni desertici centrali, nel contempo in cui la punta della propria spada riuscì a farsi spazio all’interno del cervello di un’altra vittima, la terza, così come da lei sinceramente riferito, imponendole senza esitazione, senza compassione o pentimento, quell’unica fine auspicabile e auspicata, in opposizione a quell’ippocampo così come a qualunque altra simile creatura affiorata dal mare per porre loro assedio in quel di Bael, nel bel mezzo di quella violenta tempesta.



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