11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

giovedì 2 maggio 2013

1928


Per un lunghissimo, interminabile, eterno istante scolpito nel tessuto stesso del tempo, lo scudiero perse la possibilità di godere di qualunque percezione sensoriale.
Egli non perse coscienza di sé e del mondo a sé circostante, ma, semplicemente, fu come se ognuno dei suoi cinque sensi, per un fugace momento, fosse stato negato nella propria stessa natura, nella propria stessa possibilità di essere. Innanzi ai suoi occhi solo quell’ultima, estrema esplosione di luce che tutto aveva spazzato via con sé, includendo in un tanto generico annovero, probabilmente, persino la sua stessa vita. Al suo tatto, nell’onda d’urto che conseguì l’avvento di quella sfera sol animata da una tragica promessa di ineluttabile condanna, e nel disorientamento a essa conseguente, ogni altra sensazione si impose del tutto vanificata, quasi, subitaneamente, persino il suolo sotto ai propri piedi avesse allora perduto consistenza. Nelle sue orecchie solo un frastuono tale da apparir addirittura sordo, privato di ogni possibilità di essere concretamente percepito, effettivamente apprezzato per così come avrebbe altresì dovuto essere per permettergli di distinguere, al suo interno, ogni voce, ogni rumore, ogni singolo suono allora lì attorno modulato, ammesso che, effettivamente, ancora esistesse qualcosa attorno a lui.
In tutto ciò, in tanta alienazione dal Creato per così come, sino a quel momento, conosciuto, nella mente del povero Seem, nel profondo del suo cuore e del suo animo, inevitabilmente smarriti in assenza di qualunque informazione atta a decretare l’immutata esistenza, o meno, di un corpo a contenerli, ad abbracciarli qual solo involucro da sempre preposto a un tanto importante scopo, solo una domanda non poté che imporsi, uno spiacevole, e pur quasi retorico, interrogativo, non poté che rimbombare non di meno assordante rispetto al frastuono che già stava tanto impegnandosi a ottenebrargli i sensi. Un quesito che, senza neppure maturare effettiva consapevolezza a tal riguardo, la sua voce ebbe allora occasione di esprimere, ed esprimere con un’ingenuità quasi infantile, qual, necessariamente, tale sarebbe stata sulle labbra di chiunque, di qualunque altro uomo o donna, guerriero o no, nel ritrovarsi lì posto nei suoi panni...

« … sono morto?! »

Tuttavia, a scontentare simile tragica speranza, nonché a rispondere all’interrogativo da lui allora tanto esplicitamente formulato, tanto apertamente esposto, prima ancora di qualunque possibile intervento esterno fu il lento, ma implacabile, ritorno di ognuno di quegli stessi sensi allora estemporaneamente perduti, i quali gli imposero di scoprire quanto, proprio malgrado, il suo appuntamento con quegli stessi dei nei quali neppure aveva ancora imparato a credere, avrebbe avuto a considerarsi, sorprendentemente, posticipato a data da destinarsi.
Per prima cosa, innanzi ai suoi occhi quella luce tanto abbagliante quanto maledetta, iniziò a sfumare, delineando i netti contorni di una sagoma straordinariamente femminile, le curve di un corpo che egli si era più volte perduto nel contemplare e che, addirittura, aveva avuto anche la fortunata, seppur indubbiamente non esclusiva, occasione di ammirare persino privato di qualunque abito, di qualunque velo, nella propria stupefacente fierezza, nella propria incommensurabile sensualità che, malgrado un’età non più giovanile, nulla avrebbe avuto a invidiare a una fanciulla. Subito dopo, al suo tatto, ebbe allora a imporsi il solido, rude contatto con il terreno sotto di sé, sul quale egli ricadde non più appoggiando i propri piedi, quanto le proprie natiche, segno di quanto, poc’anzi, il suo distacco dall’intero Creato non avrebbe avuto a considerarsi segno di una prematura perdita di consistenza del proprio stesso corpo, quanto, e semplicemente, di uno spiacevole sbilanciamento, di un equilibrio smarrito e non più ritrovato sino a quando, in tale urto, gli venne nuovamente concesso un fermo punto di riferimento. E alfine, nelle sue orecchie, solo una voce, a coprire ogni altro suono, ogni altro rumore, ogni altro commento e, in ciò, a imporre, senza una qualche effettiva volontà di predominio, ma per semplice e naturale reazione nel confronto con la stessa, il silenzio più assoluto attorno a sé, attorno a loro, se non, addirittura, sull’intera isola, nel mentre in cui, lasciandosi accompagnare da un lieve sorriso, non rinunciò all’occasione di ironizzare su quanto appena avvenuto.

« No… non sei morto! » negò Midda Bontor, rediviva e lì eretta innanzi a lui, a offrirgli scudo dall’offensiva nemica con il proprio stesso corpo, con la propria stessa persona, in contrasto a un potere dal quale non avrebbe dovuto avere possibilità alcuna di scampo e al quale, tuttavia, era evidentemente, indubbiamente, trasparentemente sopravvissuta « E a meno di non volerlo divenire quanto prima, sbrigati a sollevarti da terra e allontanarti da qui. »

Impossibile a comprendere come, impossibile a immaginare il perché, la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, la Vedova di Desmair, ancora una volta era stata prematuramente compianta, nel confronto con un fato dal quale, altresì, ella era riuscita a sottrarsi, era riuscita a negarsi, al di là di ogni timore, al di là di ogni paura e, almeno per quanto avrebbe potuto riguardare lo stesso vicario, al di là di ogni speranza espressa a tal proposito, a simile riguardo.
Un ritorno tanto straordinario quanto insperato, il suo, che fu allora accolto con un’esplosione di gioia simile a un boato, tanto il suo nome fu allora gridato dalle labbra di tutti coloro lì presenti ad assistere a quello che in alcun altro modo avrebbero potuto definire se non con il termine di… miracolo!

« Midda! »

Solo un’esclamazione, pur allora spesa al fine di scandire quello stesso nome, quelle identiche sillabe, non parve egualmente desiderosa di impegnarsi a trasmettere, e a condividere, lo stesso entusiasmo, così allegro e gioioso, che pur aveva, improvvisamente e legittimamente, contagiato tutti i presenti, restituendo a loro tutte le speranze, tutti i sogni, tutte le energie che, in quell’ingenerosa fine, o apparentemente tale, erano stati loro negati. Un’esclamazione animata da un tono fuori dal coro, quella che in tal modo risuonò addirittura più graffiante di quanto non avrebbe potuto essere, e che fu ovviamente promossa dall’unico fra tutti coloro che si ritrovarono passivi partecipi di quell’evento, che non avrebbe potuto vantare alcuna allegria, alcuna gioia, innanzi a tutto ciò, lasciandosi altresì dominare da una trasparente irrequietudine, da una malcelata rabbia e, soprattutto, da un soffocato timore, sentimento, quell’ultimo, che solo in un’altra occasione aveva avuto modo di provare nella propria eterna esistenza, e pur sempre in conseguenza alle gesta della medesima figura, della stessa antagonista, l’eguale avversaria che in quel preciso momento si stava facendo nuovamente promotrice, per lui, per il vicario dell’Oscura Mietitrice, di una tanto disturbante reazione emotiva.
Ragione per la quale, nuovamente accrescendo la propria mole a dimensioni ancora una volta colossali, e atte a imperare ancora una volta sull’intera Licsia, primo-fra-tre riprese immediatamente voce, appellandosi direttamente a chi, in modi inspiegabili e, comunque, blasfemi, tanta opposizione si stava intestardendo a rivolgergli, a levare in suo contrasto senza dimostrare il benché minimo rispetto per quegli stessi limiti che per lei, avrebbero dovuto essere inviolabili non diversamente rispetto a quelli volti ad assicurare la diffenza fra giorno e notte, vita e morte, umano e divino.

« Come è possibile?! » tuonò, con maggiore ira di quanta non avrebbe preferito lasciar trasparire, soprattutto innanzi a una tanto spiacevole scocciatura, qual ella si stava dimostrando essere ogni istante di più « Mi vuoi dire come è possibile che tu non sia morta, per gli dei? » incalzò, in quella che, se solo avesse dimostrato maggiore umanità, maggior somiglianza con un normale essere umano, uomo o donna che avrebbe potuto essere, sarebbe lì apparsa indubbiamente qual isteria, in assenza di un migliore modo per descriverla « Tu avresti dovuto essere morta! Avresti dovuto essere morta già due dannatissime volte! Come puoi essere ancora viva? Come puoi esserlo?! »


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