11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 13 maggio 2013

1939


« Mai alla prima… hai ragione. » annuì la donna, soltanto in apparenza concordando con lui, per poi, subito, puntualizzare « Ma alla decima pinta, te lo assicuro, ti ho sentito declamare intere ballate a rutti! » esclamò, non con condanna in tali parole, non con critica a suo discapito, ma, addirittura, con affetto sincero, accettandolo in ogni proprio aspetto, anche in quelli apparentemente meno eleganti, scoppiando poi a ridere, con foga tale da essere costretta a riversare la testa all’indietro, e con un’allegria incredibilmente contagiosa tale, persino, da far dimenticare quanto stesse accadendo attorno a loro, regalando al suo uomo quell’occasione di fuga da tutto e da tutti che aveva pocanzi invocato, seppur solo psicologicamente.

E Av’Fahr, posto metaforicamente con le spalle al muro in conseguenza a quell’affermazione, in contrasto alla quale non avrebbe saputo cosa poter suggerire, quale giustificazione poter accampare, non sprecò allora neppure un alito nel cercare di difendersi, nel tentare di smentire quanto da lei asserito, abbracciando l’evidenza delle proprie responsabilità, dei propri umani limiti, e accettando, in ciò, di ironizzare sugli stessi, nel gettare a propria volta il capo all’indietro e nel lasciare a una grassa risata la possibilità di fuoriuscire dalla propria gola, confermando, in ciò, il successo riportato dalla propria donna, nel proprio intento di svago non esplicitamente definito e pur sufficientemente trasparente.
Risate, le loro, che se solo fossero state udite da qualcuno, così come non avrebbero mai potuto essere, nel ritrovarsi completamente sovrastate dal frastuono della tempesta, avrebbero probabilmente suggerito, da parte della coppia, una crescente follia, addirittura una reazione isterica all’intera situazione in cui si erano venuti a trovare. Invero, tuttavia, nulla di ciò avrebbe dovuto essere equivocato da parte loro, dal momento in cui, anzi, proprio in tale impegno posto da parte di entrambi, di Masva per prima, e di Av’Fahr nell’imitarla, nel seguirne l’esempio, avrebbe dovuto essere inteso il desiderio di contrastare ogni tensione, di ovviare a ogni esacerbazione, e a tutti quei troppo facili nervosismi in cui sarebbe stato addirittura banale ricadere, nella consapevolezza di essersi, forse con eccessivo entusiasmo, votati alla morte, nell’aver accettato di prendere parte a quella missione, a quell’ultimo viaggio. Ciò nonostante, se ogni qual volta fosse stata loro promessa la possibilità di ascendere in gloria agli dei, essi avessero rifiutato la sfida, si fossero ritirati, dimostrando una predilezione in favore alla prudenza; difficilmente avrebbero mai potuto condurre la vita che pur, da sempre, avevano condotto e ancora conducevano, in maniera sinceramente appassionata, e senza mai la benché minima occasione di rimpianto. E, ancora, e ancor peggio, difficilmente essi sarebbero mai giunti a quel momento, a quella situazione presente, nella quale non avrebbe dovuto essere stolidamente riconosciuta solo la negatività di una terribilmente tragica promessa di morte, quanto e piuttosto, la straordinaria felicità di quella condivisione da loro conquistata, di quell’unione che, improbabilmente, sarebbe stata possibile, appartenendo loro a mondi altrimenti troppo diversi, troppo distanti, e che soltanto nelle vie del mare avevano trovato un punto di contatto, una scorciatoia utile a permettere quell’incontro e quel loro attuale amore.
Nulla di nuovo, pertanto, avrebbe dovuto essere frainteso per loro nella situazione di possibile condanna alla quale si erano lì entrambi votati, così come nulla di nuovo, ancora, avrebbe dovuto essere frainteso per loro nella risposta a tanta tensione nervosa, a tale, mortale minaccia, per così come in quel momento volutamente ricercata, esplicitamente desiderata qual propria e utile, non tanto scioccamente qual si sarebbe potuto superficialmente credere, a mantenere i giusti equilibri psicologici ed emotivi, per non cedere ad altrimenti sì troppo semplici isterie.

« Sei una donna crudele e impietosa, Masva. » la accusò l’uomo, non appena quella condivisia ilarità accennò a scemare, in maniera naturale, spontanea, cercando qual proprio tutto il tempo del quale avrebbe potuto allora necessitare, senza fretta, senza alcun altra urgenza, del resto, a cui dover rivolgere la propria attenzione « Ti approfitti di me sapendo quanto io, in questo momento, sia estremamente debole, vittima della tua malia, e del tutto incapace, in ciò, a reagire… »
« Sono crudele e impietosa come ogni donna, mio povero Av’Fahr. » non tentò minimamente di difendersi ella, offrendo riprova, in ciò, di accettare ogni addebito e, anzi, di confermarlo con assoluta serenità, elevandolo addirittura a una sorta di regola comune all’intero mondo femminile, senza la benché minima possibilità di eccezione « Soprattutto nel confronto di voi rudi maschietti, che di tanta forza, di tanto potere andate continuamente in giro a menar vanto, salvo poi lasciarvi dominare da qualunque capriccio di un bel paio di occhi, o da una coppia di splendide gambe… » argomentò, ancora giocosa con lui, benché nelle parole allora scandite per semplice scherzo non avrebbe potuto essere ovviata l’intesa di una profonda verità di base, tale, in effetti, sin dalla notte dei tempi a definizione del più importante difetto della metà della popolazione mortale, tanto umana quanto, probabilmente, no.
« E non dimenticarti glutei e seni… anche quelli hanno la loro fondamentale importanza! » incalzò Av’Fahr, nuovamente non sprecando neppure una singola sillaba a cercare di negare l’evidenza, a tentare di difendere l’indifendibile, nel preferire, non potendo vincere, allearsi a lei, seppur tradendo, in ciò, l’intero genere maschile in quella che, probabilmente, avrebbe avuto a dover essere intesa quale la più antica disfida della storia, sebbene del tutto priva di raziocinio alcuno.
« Certo che non me li dimentico… » sbuffò Masva, aggrottando la fronte e, ora, con fare giocosamente vendicativo, affondando appena le unghie nel petto di lui, per graffiarlo delicatamente, addirittura sensualmente, così come ella sapeva che non solo avrebbe apprezzato ma, addirittura, lo avrebbe persino eccitato « Con l’invidia che mi rode il fegato ogni volta che vedo la nostra mercenaria preferita passeggiarmi davanti, non potrei assolutamente dimenticarmeli! » sottolineò, storcendo appena le labbra verso sinistra, in una smorfia riflessiva.

Un riferimento carico di falsa gelosia, quello da lei in tal modo definito, che non avrebbe potuto evitare di rivolgere l’attenzione in direzione di colei che, fra tutte le ormai poche presenze femminili a bordo della Jol’Ange, avrebbe potuto vantare una maggiore, e nel suo caso addirittura straordinaria, circonferenza toracica, nell’essere Midda Bontor da sempre contraddistinta da un’abbondanza persino eccessiva, impropria, e pur tale da attirare, senza troppa fatica, la maggior parte degli sguardi, tanto maschili, per ovvie ragioni di lussuriosa brama, quanto femminili, per non di meno ovvie ragioni di aggressiva invidia, qual quella della quale anche lei, in quel momento di scherzo, non si era voluta negare, forse esorcizzando, in tal modo, un’invidia altresì reale, concreta, sebbene mai onestamente ammessa.
In verità, comunque, volendo provare una qualsivoglia ragione d’invidia verso la Figlia di Marr’Mahew, alla quale, altresì, non aveva fatto mancare attestati di stima da parte propria in più di un’occasione, Masva avrebbe potuto essere umanamente giustificata, in tal senso, non tanto dall’eccessiva generosità delle forme della mercenaria dagli occhi color ghiaccio, quanto e piuttosto da una sorta di eredità con la quale, sin dal proprio ingresso a bordo della Jol’Ange e nel suo equipaggio, ella aveva dovuto fare i conti, vantando, proprio malgrado, molti punti, molti aspetti in comune con quella donna della quale, in quell’equipaggio, e nei ricordi delle imprese passate per così come ineluttabilmente condivisi all’epoca dallo stesso Salge Tresand, per questa ragione, sembrava aver preso il posto. Circonferenza toracica a parte, difatti, Masva e Midda erano accomunate da una comune origine tranitha; da eguali capelli rosso fuoco, sebbene la seconda, ormai, si fosse abituata a celarli sotto una nera tintura corvina; da un’epidermide ugualmente chiara, persino pallida, malgrado un’intera vita in mare, e perturbata nella propria perfezione madreperlacea soltanto da diverse spruzzate di efelidi; nonché da uno spirito d’iniziativa pressoché equivalente, e da una favella estremamente allenata, tanto all’ironia, quanto all’autoironia, per non rischiare di prendersi troppo sul serio e, al tempo stesso, per vincere, psicologicamente, qualunque tenzone le avrebbe viste coinvolte ancor prima di arrivare a trionfare fisicamente, non concedendosi mai di ritenere un avversario qual invincibile, qual privo d’ogni possibilità d’essere sconfitto, d’essere abbattuto, a prescindere da quante leggende, attorno al suo nome, avrebbero potuto essere state cantate nel corso del tempo.


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