11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 15 maggio 2013

1941


Letale promessa, quella propria di quegli occhi animati da una viva e brillante luce verde, che né l’una, né l’altro, poterono avere allora occasione di equivocare nel proprio significato, nei propri impliciti, nel riportare la memoria a quanto era stato loro concesso di assistere tempo addietro, quasi dieci anni addietro, in occasione della loro prima, storica, avventura al fianco della Figlia di Marr’Mahew, poco innanzi all’impresa che le valse quello stesso titolo: un terribile e furioso combattimento fra lei e una delle peggiori creature delle quali gli dei del mare avrebbero potuto vantare la paternità; un mostro che, da solo, aveva imposto morte su un intero equipaggio, in tal direzione animato da un osceno appetito, un’insaziabile fame, e fame di carne umana; un antagonista brutale e al contempo incredibilmente intelligente, che persino per lei, che pur avrebbe potuto vantare, già all’epoca, l’eliminazione di numerose altre creature, non era stato in alcun modo semplice da abbattere, nel ritrovarsi a essere dotato, addirittura e sgradevolmente, di una corazza praticamente impenetrabile che, assieme a una fitta sequela di lunghi denti affilati come rasoi, lo avrebbero potuto eleggere a prototipo di perfetta macchina da guerra, qual ancora l’ingegno umano non era stato in grado di replicare, laddove altrimenti, il potere bellico che da tutto ciò sarebbe derivato, sarebbe stato a dir poco devastante, e tale da non perdonare alcun avversario, da garantire l’assoluta disfatta di qualunque malcapitato, per quanto guerriero esperto, per quanto professionista della guerra, veterano di numerose battaglie, gli fosse stato posto innanzi.

« Per l’infinita benevolenza di Gah'Ad… un ippocampo! » gemette il figlio dei regni desertici centrali, nel mentre in cui, quasi, le sue nocche scure come la notte sbiancarono tale fu la contrazione per mezzo della quale le sue mani si strinsero attorno all’arma ivi trattenuta, sorretta, quasi per assicurarsi, in tanto violenta pressione, che tale arma non gli potesse essere strappata di mano, non in un momento come quello ove essa avrebbe sicuramente contribuito a definire la differenza fra una morte forse certa e una speranza di vita particolarmente flebile, e pur non ancora completamente negata.
« Un ippocampo?! » ripeté Masva, storcendo le labbra verso il basso a quell’asserzione « Amor mio… non averne a male, ma credo proprio che la tua vista non sia più quella di un tempo. » soggiunse, a esplicitare il perché del ricorso a un tono tanto apertamente critico verso di lui « Quelli saranno almeno un paio di dozzine di ippocampi… dannazione! »

Contraddistinti da dimensioni variabili fra i dodici e i diciotto piedi, gli ippocampi allora individuati e correttamente conteggiati dallo sguardo attento e misurato della donna dai rossi capelli, non presentavano caratteristiche sostanzialmente inedite rispetto a quello che, anni prima, avevano avuto modo di veder abbattere per mano della Campionessa di Kriarya. Con una grossa testa di forma vagamente equina, con un lungo collo facente proprio circa un terzo della loro effettiva estensione, e terminante in due tozze zampe artigliate, e ancora con un corpo imponente ma sinuoso, contraddistinto da una forma simile a quella di un pesce, nel terminare, persino, con una coda di adeguata foggia; non difficile sarebbe stato cogliere le ragioni per le quali quelle creature erano state denominate quali cavalli di mare, metà equini e metà pesci. Tuttavia, spingendosi al di là del loro profilo generale, e di quello che avrebbe potuto essere inteso di loro nelle tenebre di una notte tempestosa qual era quella nella quale avevano scelto di fare la propria apparizione; quei mostri, oggettivamente, avrebbero per lo più dovuto essere intesi quali usciti da un incubo ancor prima che frutto di una qualche armoniosa commistione fra le due specie animali ipoteticamente loro ispiratrici, anche sforzandosi di dimostrare il peggiore senso estetico che mai avrebbe potuto essere ricordato a memoria d’uomo.
Al di là d’ogni giudizio di natura squisitamente fisica, tuttavia, quanto avrebbe allora realmente preoccupato, se non spaventato, Av’Fahr e Masva, e con loro chiunque altro fosse stato lì consapevole di qual genere di creature li stavano allora circondando; ancor più di quell’inviolabile armatura di scaglie, in parte simili a quella di un coccodrillo, in parte a quelle di un pesce, e definite in tonalità bianche, azzurre e verdi, avrebbe dovuto essere proprio riconosciuta quella bocca priva di labbra, e circondata da una sì orrenda e minacciosa cornice, al contempo prima risorsa e, paradossalmente, unica debolezza dei loro antagonisti. Perché, così come era stato loro rivelato in unica grazia dello straordinario operato della loro compagna, della leggenda vivente che avrebbero potuto vantare qual propria amica, solo attraverso quell’improbabile valico, quell’esiziale confine, nel semplice tentare di affrontare il quale ci si sarebbe spontaneamente e volontariamente votati all’incontro con i propri dei, si avrebbe potuto rendere propria una qualsivoglia speranza di successo in quella pugna, in quell’impresa dal sapore epico, superando le sue difese e conquistando una possibilità di accesso al suo cervello, direttamente dall’interno del suo cranio.
Purtroppo per entrambi, e per chiunque, come loro, si sarebbe presto ritrovato in conflitto con quei mostri, conoscere la chiave per il trionfo non avrebbe potuto essere considerato equivalente a ottenere, quasi qual una questione di diritto, la sopravvivenza allor necessariamente desiderata, la possibilità di godere, nuovamente, dei caldi raggi del sole, ove, spiacevole ad ammettersi, non immediato sarebbe potuto essere giudicato il passaggio dall’idea all’azione, dal proposito all’attuazione, così come avrebbe loro permesso di garantirsi quel pur bramato salvacondotto verso il proseguo della propria esistenza, della propria fortunatamente mai sottovalutata quotidianità.

« Chissà perché… ma credo proprio che, improvvisamente, la presenza fra noi di Leas diventerà molto presto l’ultimo dei nostri problemi. » commentò Av’Fahr, sforzandosi di ricorrere a quell’ironia, a quel giuocare pur apparentemente inopportuno, al solo scopo, all’unico e condivisibile fine di ovviare a un’altrimenti troppo semplice perdita di controllo, sulle proprie emozioni, sui propri pensieri e sulle proprie membra, così come, tuttavia, in quel momento avrebbe comportato per lui morte certa « E così anche per la nostra necessariamente irrequieta zietta, che troverà modo di distrarsi dai propri pensieri… »
« Tu dici…?! » questionò la donna marinaio al suo fianco, umettandosi appena le labbra benché, nell’acqua sospinta contro al suo viso dalla tempesta, improbabile sarebbe stato per lei accusare una qualche arsura tale da giustificare quel gesto, quella reazione nervosa ancor prima che effettivamente cosciente « Forse sarebbe meglio chiederlo direttamente a lei! » suggerì poi, voltandosi quanto sufficiente per sospingere la piatta estremità della propria particolare spada a colpire ripetutamente la porta chiusa che, sino a un attimo prima, stava custodendo insieme al proprio amato « Ehy, Midda! Scusa il disturbo… ma credo che sarebbe il caso che ci dedicassi un istante del tuo tempo! » esclamò, con tono allora impetuoso, forte a permettere alle proprie parole di superare non solo quella soglia, ma anche il frastuono del temporale, per essere da lei se non udite, quantomeno intuite, insieme al poco delicato bussare.

Fortunatamente, al di là della solidità del legno e del fragore dei tuoni, la mercenaria così invocata, in tal modo convocata, non tardò a presentarsi all’uscio, facendo ivi capolino e volgendo, alla coppia, un fugace sguardo interrogativo prima di porre, istintivamente, a sua volta mano alla propria lama bastarda, in ciò istigata dalla loro postura, ancor prima di maturare effettiva coscienza nel merito delle ragioni alla base di quell’allarme, di quella predisposizione alla battaglia, pur allora non attesa, pur non preventivata, ma che non volle neppure per un istante porre in dubbio, nella fiducia più totale rivolta alla coppia di alleati.

« Che accade…?! » domandò allora, seria, fredda e controllata, subito portando i propri occhi color ghiaccio a perscrutare nelle tenebre e nella tempesta attorno a loro, individuando le motivazioni allora ricercate ancor prima che potessero esserle esplicitamente esposte « … Thyres. » esclamò, fra denti improvvisamente serrati, e serrati con violenza tale da temere che potessero allora incrinarsi o, addirittura, frantumarsi, nel mentre in cui al centro delle sue iridi, le nere pupille si smarrirono completamente, qual reazione emotiva al di là delle tenebre con le quali avrebbero dovuto, lì, necessariamente rapportarsi.


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