11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

lunedì 6 maggio 2013

1932


Ogni nazione, in ognuno dei tre continenti conosciuti, Hyn a oriente, Qahr a occidente, e Myrgan a settentrione, avrebbe potuto vantare un incredibile retaggio culturale di miti e di leggende, di canzoni e di ballate, sovente ancor più ricco al crescere della povertà di quella specifica terra, di quello specifico popolo, quasi, con tale prosperità, avrebbe avuto a doversi interpretare un desiderio di sopperire all’indigenza quotidiana, a quell’obbligata morigeratezza che, almeno nei confini del sogno, della fantasia, non avrebbe conosciuto limiti, non sarebbe stata costretta a imporsi confini. Tali miti, simili leggende, canzoni e ballate narranti di eroi, di gesta impressionanti e di amori impossibili, pur facenti, di volta in volta, riferimento a un contesto geografico e culturale ben differente, in misura più o meno demarcata, non avrebbero potuto rinunciare ad alcune caratteristiche comuni, a un fondamento universale che, in taluni casi, avrebbe potuto essere banalizzato qual stereotipo, ma che, forse, avrebbe dovuto essere altresì riconosciuto qual un diverso punto di vista, una diversa reinterpretazione di un solo archetipo comune all’intero genere umano. Alcun popolo, del resto, avrebbe dovuto essere tanto arrogante da pretendere di poter essere riconosciuto qual detentore di quella verità assoluta, tale da lasciar al resto dell’umanità soltanto lo spazio utile a chinare il capo e riconoscere la propria palese inferiorità, la propria sudditanza psicologica, morale e culturale; benché, malgrado tutto, in molti, forse addirittura troppi, null’altro ricercavano per intere esistente, dando vita a osceni, ingiustificabili e interminabili conflitti animati dall’unica brama di poter essere riconosciuti qual i primi, se non, peggio, qual i soli.
Sforzandosi, tuttavia, di spingere il proprio sguardo oltre i confini dei propri egoismi, della propria volontà di predominio sull’intero Creato; facile sarebbe stato verificare come, al di là degli archetipi comuni di riferimento tanto nei personaggi, quanto nelle trame di molti, troppi miti adeguatamente reinterpretati in ogni dove, anche altri caratteri comuni avrebbero potuto essere riconosciuti a fondamento d’ogni mitologia, in una misura tale da poter essere giustificata soltanto nel riconoscere quanto, a dispetto di ogni apparente differenza linguista, culturale e religiosa, l’uomo, nella sua accezione più ampia, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual tale in ogni parte del mondo noto, contraddistinto da eguali sogni, da identiche paure e altrettanto comuni speranze. Difficilmente un eroe o un’eroina, in tale analisi, avrebbero mostrato caratteristiche fisiche non rasenti la perfezione, con ovvie distinzioni, sotto tal profilo, sulla base dei diversi canoni di bellezza, e di perfezione fisica, in conseguenza al contesto culturale di riferimento. Difficilmente, ancora, l’antagonista di ruolo avrebbe rinunciato a dimostrare una crudeltà fondamentalmente fine a se stessa, non animata da un qualche reale proposito, da un intento giustificabile, quanto, e piuttosto, da un intrinseco sadismo, in assenza del quale, forse, qualche spettatore, qualche ascoltatore, avrebbe potuto spingersi persino a simpatizzare con la figura ideata al solo scopo di attrarre a sé ogni critica, ogni disprezzo, per riuscire a funzionare adeguatamente nel proprio incarico all’interno della narrazione. Difficilmente, inoltre, addirittura le condizioni meteorologiche descritte all’interno della storia avrebbero potuto non rispettare l’esigenza di creare il giusto ambiente, indicato a offrire il massimo risalto alle emozioni che, di volta in volta, avrebbero voluto essere trasmesse. In ciò, pertanto, quasi inevitabile sarebbe stato prevedere un violento temporale in un momento di particolare tensione, forse a sublimare nel fragore dei tuoni il clangore delle armi in una battaglia e, ancora, nella pioggia più intensa la violenza del sangue grondante dalle ferite così come in quella più debole il dolore e l’amarezza delle lacrime versate per piangere i morti.
Ovviamente, al di là di qualunque possibile scelta narrativa, derivante da archetipi, da stereotipi o, semplicemente, dall’iniziativa del bardo di turno, impensabile sarebbe stato per chiunque, in qualunque parte del mondo, ipotizzare che la realtà, la sola realtà da tutti vissuta giorno dopo giorno, avrebbe risentito di un qualche obbligo nei confronti di tutto ciò, in misura tale da offrire ubbidienza anche solo alle più elementari aspettative in tal senso. Ciò nonostante, sempre chiunque non avrebbe potuto ovviare a riconoscere, negli dei, un particolare senso dell’umorismo, tale da prevederli, di tanto in tanto, dediti a giocare con i mortali in modi tali da offrirle loro esattamente quanto atteso, come, un eroe magnifico, un antagonista osceno o, più banalmente, un temporale al momento più opportuno.
Un momento opportuno almeno quanto quello che, in quella notte di metà estate, vide offerto all’equipaggio della Jol’Ange e al proprio imprevisto e imprevedibile prigioniero un violento temporale nei cieli sopra la piccola isola di Bael, un lembo di terra emersa sì privo di importanza o di valore al di fuori di quello che avrebbero potuto riconoscergliene i suoi stessi abitanti tale da renderlo considerabile qual insignificante, e che pur, in quella nuova storia, che forse un giorno sarebbe divenuta mito, si era ritrovata a essere eletta al ruolo di inconsapevole teatro.

« Ha detto qualcosa di nuovo…?! » domandò capitan Noal, dimostrandosi indifferente alla pioggia battente al di fuori della casupola eretta, per quella notte, al ruolo di cella, e rivolgendosi, in tali parole, verso il proprio secondo in comando, in quella delicata situazione incaricato di cercare di ottenere più informazioni possibili dal loro prigioniero, cercando di intimidirlo senza, in ciò, cedere il passo all’ira e alla violenza.
« Nulla che non avesse già detto. » scosse il capo Av’Fahr, il colossale figlio dei regni desertici centrali del lontano nord, la cui semplice possanza avrebbe dovuto intimidire chiunque posto a suo confronto, e che pur nulla era sembrato essere in grado di compiere a per soddisfare le richieste del proprio capitano e amico, accanto al quale aveva iniziato a prestare servizio a bordo della Jol’Ange quando entrambi nulla erano di più di semplici marinai, e accanto al quale avrebbe continuato a prestare servizio con la medesima dedizione e fedeltà, sino a quando gli dei non avrebbero preteso di incontrare uno fra loro se non, addirittura, entrambi contemporaneamente « Continua a insistere di voler parlare con Midda e che solo a lei spiegherà il perché sia giunto sino a qui per incontrarla. » ribadì, seppur con fare quasi retorico, nel non essere riuscito a ottenere nulla di meglio dal loro ospite, nel volgere istintivamente lo sguardo, a contorno di quelle stesse parole, in direzione della porta estemporaneamente chiusa alle proprie spalle, a potersi concedere quel momento di quieto confronto con Noal.
« Per lei potrebbe non essere affatto facile affrontare questa prova… » scosse il capo il primo, storcendo le labbra verso il basso a palesare, in ciò, tutta la propria insoddisfazione per quell’evidente vicolo cieco nel quale, loro malgrado, si stavano ritrovando bloccati « Quel ragazzo è la sua immagine sputata. »
« Credi che non me ne sia accorto…?! » obiettò l’altro, arricciando appena le labbra a mostrare i denti in un istintivo gesto ferino « Più lo guardo e più mi sanguina il cuore a ripensare al quanto è accaduto. Senza contare che poco prima di lui, a essere uccisa, fu mia sorella Ja’Nihr… la cui morte, ancora, non è stata vendicata. » puntualizzò, a giustificare, in tal modo, la rabbia così palesata.
« Né potrà esserlo fino a quando non porteremo a termine questo viaggio… e la missione di morte che abbiamo abbracciato. » annuì, ora, Noal, a cercare, in tali parole, non solo di ricordare al proprio compare il perché stavano compiendo quanto stavano compiendo, ma, ancor più, l’obiettivo finale del loro viaggio, nel corso del quale l’incontro con il loro attuale prigioniero avrebbe dovuto essere considerato soltanto un imprevisto non calcolato e, in ciò, difficile da definire in quanto fortunato o meno.

Un nuovo lampo squarciò il cielo da oriente a occidente, da settentrione a meridione, venendo seguito, subito dopo, da una roboante valanga di tuoni nel confronto con i quali l’intera volta celeste sembrò essere sul punto di crollare sulle loro teste e sulle teste di tutti, nella piccola Bael: una luce e un fragore che pretesero, inevitabilmente, l’attenzione di entrambi gli uomini, i quali, incuranti delle pesanti gocce di pioggia, non poterono evitare di volgere lo sguardo verso l’alto.

« Riesci a interpretare cosa possano volerci suggerire gli dei in questo momento…?! » questionò Av’Fahr, inspirando ed espirando profondamente, a cercare di ritrovare la quiete un attimo prima fugacemente perduta, smarrita al ricordo ancora e sempre doloroso della sorella assassinata quasi dieci anni prima.
« Temo che questo messaggio non sia per noi, quanto per Midda. » rispose l’attuale capitano della goletta, riabbassando lo sguardo verso la porta chiusa alle spalle del colosso dalla pelle scura non di meno di quella terribile notte « E’ giunto il momento che ella incontri il figlio che sua sorella Nissa le ha negato di poter avere col nostro defunto e compianto capitano Salge Tresand… suo nipote Leas! »


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