11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 27 maggio 2009

502


C
on passo lento, ma pur perfettamente controllato esattamente come era stato in ogni proprio movimento fino a quel momento, quasi nulla fosse cambiato per lui nonostante le orrende amputazioni subite, il colosso si spostò nella direzione intrapresa dal proprio braccio, per chinarsi su di esso e raccoglierlo da terra al fine di porlo nuovamente al proprio legittimo posto: fu questione di un istante, come già per ogni ferita da lui precedentemente subita, ed anche di quella mutilazione non restò che il vago ricordo all'interno dei nostri ricordi, delle nostre memorie. Così, aprendo e chiudendo ripetutamente la mano, quasi ad accertarsi del corretto funzionamento della medesima dopo il ripristino di quella situazione di normalità, egli poté ora dedicarsi alla propria testa, immobile là dove era caduta, innanzi a me, ad osservarmi come un gatto selvaggio innanzi ad un topino di campagna.

« In fondo non credo di aver fatto nulla per meritarmi la vostra ostilità… » commentò quella testa mozzata, nel mentre in cui le sue mani, con quiete, quasi flemma, scendevano a stringerne le corna per sollevarla da terra « Vi ho forse maltrattate al vostro arrivo entro i miei domini? Vi ho forse negato ospitalità nelle stanze della mia fortezza? O, peggio, vi ho forse condannate a morte nonostante la vostra intrusione? »

Anche il collo, mozzato di netto dall'azione della mercenaria, tornò a saldarsi come nulla fosse accaduto, vedendo, prima, la carne e, poi, la pelle esterna ad essa ritrovare la consistenza perduta, l'unicità posta in dubbio dalla lama dagli azzurri riflessi. Ed un attimo dopo, il mostro poté tornare a muovere il proprio capo, spingendolo a destra ed a sinistra quasi si fosse appena svegliato e, per questo, sentisse i muscoli intorpiditi ed avesse necessità di scioglierli. Uno spettacolo che, per quanto forse ormai possa apparire ripetitiva, non ho esitazioni a riferire quale agghiacciante ed incredibile, a cui mai offrire ascolto, a cui mai offrirei fiducia se non lo avessi visto con i miei stessi occhi, se non avessi assistito in prima persona a quelle dinamiche inumane.

« Vi ho accolte a braccia aperte ed, anzi, ad una fra voi ho anche offerto la possibilità di ascendere ad un ruolo di prestigio, di potere, nel proporle tutto ciò che potrei mai offrirle, in una vita al mio fianco, in un'esistenza vicino a me, quale mia sposa e regina. » continuò, nella propria tranquilla esposizione.

Al di là della particolare situazione in cui ci stavamo trovando, impossibile sarebbe stato negare come quelle parole non stessero venendo pronunciate completamente a vanvera, non si stessero proponendo prive di una propria logica che, in verità, avrebbe anche potuto apparire comprensibile e quasi condivisibile se non fosse stata completamente assurda, lontana da ogni raziocinio comune. Al di là del proprio aspetto, della propria natura, del proprio potere, quell'abominio si poneva padrone di un evidente carisma, un fascino malefico che, probabilmente, nel lungo periodo avrebbe anche potuto irretire un eventuale interlocutore, catturandolo senza possibilità di scampo in un vortice privo di speranza per il futuro. Ed a correre simile rischio, in quel frangente, eravamo state candidate noi tre, elette designate da un fato beffardo.

« Forse, nei limiti della vostra mortalità, della vostra condizione umana, non avete potuto apprezzare pienamente l'incredibile privilegio concessovi. E di questo non desidero farvene una colpa… » proseguì, avviandosi evidentemente alla conclusione del proprio discorso « Ma, per quanto la mia pazienza si ponga entro confini a dir poco interminabili, spero non vorrete più pormi alla prova, dove credo risulti evidente come il mio personale interesse sia del tutto limitato alla qui presente principessa e non alle sue due accompagnatrici. »
« Cosa… intendi dire? » si sforzò di richiedere Nass'Hya, domandando di esplicitare in verità un'affermazione a dir poco retorica.
« Nulla di meno di quanto avete inteso. » confermò il mostro, scuotendo piano il proprio capo « Uccidere immediatamente o più tardi le tue compagne è per me assolutamente indifferente. La scelta, pertanto, è da considerarvi solo vostra, laddove agirò semplicemente in diretta conseguenza delle vostre azioni, delle vostre decisioni… »

Innanzi ad una simile possibilità di scelta, offerta da un mostro immortale, voi cosa avreste fatto?
Midda giaceva ancora stordita a terra, lontano da noi. Io ero letteralmente paralizzata dal terrore più incontrollabile, del tutto ingestibile. E la giovane aristocratica, in ciò, si trovò ad essere assolutamente sola, posta di fronte non solo a questo ma anche a terribili rivelazioni sulla propria stessa esistenza, sulla propria stessa natura.
Del tutto ignara, infatti, della verità sui propri poteri, sulla maledizione suo discapito impostale dagli dei, ella stava vedendo in un arco di tempo estremamente breve tutta la propria vita, e forse il proprio avvenire, completamente riscritto, costretta ad essere dimentica di ogni progetto, di ogni sogno. Se la scelta, infatti, di abbandonare la propria famiglia, la propria nazione, era stata volontaria, dettata da un non meglio chiarito sentimento di amore nei confronti del mecenate straniero che aveva incaricato la Figlia di Marr'Mahew del suo rapimento, tutto ciò che era accaduto entro le mura della fortezza stava modificando drasticamente ogni sua possibilità di gestione sulla propria stessa vita, quasi simile facoltà, tale diritto, le fosse ormai stato negato.

« Se non eri a conoscenza della tua natura, dell'energia negromantica che anima il tuo stesso corpo, posso comprendere la ritrosia di fronte alla nuova concezione della vita, della morte e dell'intero creato che simile potere ti possa star concedendo, il timore nel confronto con una realtà del prima neppure immaginata… » commentò il colosso, quasi stesse leggendo nel cuore della propria prescelta, nel proporsi addirittura premuroso nei suoi riguardi « Ma non devi avere paura di tutto questo, non devi temere qualcosa solo perché sfugge a quanto eri abituata a credere, a ritenere corretto e giusto. »
« Il tuo posto ora non può essere che qui, in queste mura, al mio fianco. » proseguì, dimostrandosi quasi delicato con lei, preoccupato per la sua condizione « Nel mondo là fuori non saresti nulla di più che una strega, come già anche una delle tue presunte amiche ha sentenziato poco fa. E facendosi scudo di tale definizione, in molti ti daranno la caccia per ucciderti, per liberare ogni terra dalla tua presenza improvvisamente divenuta lesiva. E' davvero questo il destino che brami? »

Credo che, nonostante il terrore, in quel momento provai sincero imbarazzo per simile affermazione.
Il mostro, in fondo, non stava dimostrando alcun torto nel condurre quell'analisi, quella riflessione. Egli aveva scelto di ricorrere all'unica arma da cui difficilmente la sua interlocutrice avrebbe potuto trovare difesa, avrebbe potuto ricavarsi una possibilità di evasione: la verità. Perché egli non stava mentendo, non si stava impegnando al fine di ingannarla, trascinandola a sé con una violenza, per quanto unicamente verbale. Il colosso dalla pelle rossa stava semplicemente esplicitando fatti, dando voce alla realtà che tutte noi conoscevamo e che, effettivamente, avrebbe tristemente condannato la nostra compagna per la propria situazione, anche dove ella non ne avesse avuto mai alcuna consapevolezza, non avesse ricavato mai alcun guadagno personale.
Forse proprio perché consapevole di tale triste situazione, all'interno della quale ero assolutamente inclusa come egli aveva voluto sottolineare a ragion veduta, non ebbi la forza di condannare la principessa per la propria scelta, non dimostrai ipocrisia nell'esprimermi, anche solo psicologicamente, in suo contrasto nel momento in cui decise di rispondere al nostro nemico con due semplici, elementari ma, al tempo stesso, fondamentali parole.

« Così sia. » riconobbe ella, chinando il capo e sussurrando comunque a stento tale condanna sul proprio stesso destino.

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