11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 4 luglio 2012

1628


I
mpossibile, per Tahara, fu stabilire quanto a lungo si protrasse il proprio indesiderato sonno, se tale avesse potuto essere definito, laddove impostole con la forza, con la violenza, e in ciò privo di qualunque naturalezza, estraneo alle normali leggi proprie di simili momenti di incoscienza.
In tale mancanza di contatto con l'esterno, tuttavia, ella non restò completamente priva di consapevolezza di sé. Al contrario, nel profondo della sua mente, nei recessi della sua psiche, qualcosa di ormai muto da troppi mesi, posto a tacere da più stagioni del dovuto, si mosse, si agitò addirittura, pretendendo, per un istante, il ritorno al comando. Perché quanto ignorato da Midda così come da chiunque altro avesse avuto a che fare, insieme a lei, con Carsa Anloch era la consapevolezza di come la sua particolare capacità di dissimulazione, la sua abilità a infiltrarsi anche nei luoghi più pericolosi, come la stessa Rogautt, non avrebbe dovuto essere considerato invero un dono, quanto, piuttosto, una maledizione. Una maledizione non conseguenza di stregoneria, ma di inarrivabili processi mentali, tali da permettere alla propria stessa natura, alla natura di mercenaria e di, talvolta, avventuriera, di essere posta in secondo piano rispetto al personaggio del momento, non semplice maschera ma, in effetti, un altro io indipendente dall'originale, un'altra personalità, dotata di una propria storia, di proprie emozioni, di propri sentimenti, che, se solo fosse stata lasciata libera di predominare per troppo tempo, avrebbe preso il controllo.
Proprio tutto ciò, da troppo tempo, era accaduto con Tahara, figlia dei mari, appassionata pirata e, soprattutto, interessata al rapporto con uomini; in luogo a Carsa, figlia della terra, combattente esperta e, particolare non trascurabile, interessata a rapportarsi, in intimità, con sole donne: tanto profonda, infatti, era l'indipendenza e l'estraneità fra l'originale e un personaggio alternativo, tale per cui l'una avrebbe potuto adorare i mari nella stessa misura in cui l'altra li rifuggiva; e una avrebbe potuto gradire stringersi a muscolosi uomini nel mentre in cui l'altra anelava alle più morbide forme di una donna. E se, per lunghi mesi, per intere stagioni, Carsa era stata completamente soppressa dietro l'influenza predominante di Tahara, alla quale era stato concesso troppo controllo per troppo tempo; in conseguenza all'impeto di quel colpo e alla necessaria perdita di sensi per lei derivata, la mercenaria poté riconquistare un fuggevole istante di autodeterminazione, animata in tal senso da un forte, fortissimo pensiero che tutto il resto sembrava voler obliare, coprendolo con la propria energia, con la propria furia…

« … è venuta a cercarmi! » gridò, pur muta, all'interno della propria testa, nel confronto con la propria psiche « Midda è venuta a cercarmi! Non si è dimenticata di me! »

Ma come avrebbe potuto dimenticarsi di lei, si domandò subito dopo, laddove ella le si era schierata apertamente qual avversaria non una, non due, ma più volte, ultime tragiche fra le quali quelle nelle vesti di Tahara, la pirata? Come avrebbe potuto, ella, rivolgerle ancora dell'interessa, laddove tutto l'impegno ricevuto da parte sua era stato quello volto a ucciderla?
Tahara, certamente, doveva essere stata l'ultima, pessima dimostrazione della propria inaffidabilità, della propria totale mancanza di gestibilità, in assoluta antitesi alla inevitabile necessità di controllo necessaria a una donna guerriero del calibro di Midda Bontor per mantenersi in vita, per non soccombere innanzi a ogni nuova pretesa del destino. E, in questo, sarebbe probabilmente stato meglio per lei morire ancor prima di condannarsi a un futuro privo di consapevolezza e di controllo sul proprio corpo, qual, in fondo, era il suo in quel momento. Purtroppo, simile pensiero di autodistruzione, le era proprio solo in un momento di totale impossibilità a porre in essere tale proposito, ove sebbene finalmente ritornata cosciente di sé, della propria reale natura, ella non avrebbe potuto considerarsi ancora padrona delle proprie membra, ove queste gettate… no, adagiate… prive di controllo sul selciato sotto di lei.
Ma il suicidio avrebbe dovuto considerarsi realmente una soluzione? E, soprattutto, cosa avrebbe pensato di lei Midda Bontor, colei che era sempre stato un simbolo, un'ispirazione innanzi a lei, nella sua intera esistenza? L'avrebbe condannata moralmente per il proprio gesto, per la propria scelta? Oppure si sarebbe dimostrata comprensiva con lei, giustificandola e, anzi, addirittura gloriandola per il proprio operato?
Perché, al di là di quanto la Figlia di Marr'Mahew avrebbe potuto credere, ella teneva sinceramente a lei, e al giudizio che lei avrebbe potuto maturare a suo proposito. Dopotutto, fin dagli anni ormai lontani in cui ella era ancora fanciulla e l'altra iniziava a farsi un nome nei regni sud-occidentali di Qahr, le gesta cantate sin'anche all'esterno dei confini di Tranith o di Kriarya, erano state una vera rivelazione, facendole comprendere in quale direzione avrebbe dovuto svilupparsi la sua esistenza. Carsa Anloch, semplice figlia di servitori, destinata a essere serva a sua volta, e divenuta, altresì, letale assassina, straordinaria ladra, impeccabile spia: tutto e solo per merito di quella figura più vicina al mito che alla realtà, e che pur, conoscendola, aveva scoperto essere del tutto reale, dimostrazione vivente di quanto la ferrea volontà dell'uomo avrebbe potuto porlo in competizione finanche con gli stessi dei.
No. Una donna come Midda Bontor non avrebbe mai tollerato, da parte sua, il suicidio. Neppure come estremo tentativo di risoluzione dei propri problemi… in quanto tutto ciò, in effetti, non avrebbe risolto alcun problema. Così facendo, ella sarebbe semplicemente rifuggita dalla propria principale antagonista, Tahara, se stessa, senza affrontarla e, anzi e peggio, ammettendo implicitamente la propria inferiorità, nella propria incapacità a rimpossessarsi della propria esistenza, del proprio presente e del proprio avvenire.

« E' venuta a cercarmi… » si ripeté, sempre senza emettere una singola parola, non, per lo meno, in maniera cosciente « E' venuta a cercarmi… e io non devo deluderla. Non posso deluderla. »

Che tale presupposto avesse da considerarsi vero o no, in effetti, ben poco avrebbe potuto importarle in quel momento. Forse Midda non era lì per lei, forse era lì solo per affrontare e sconfiggere la sua gemella Nissa, e magari persino lei, persino Tahara, che tanto l'aveva tradita. Forse. O forse no. E a prescindere dall'uso di condizionali e sentenze ipotetiche, ella avrebbe dovuto intendere la sua presenza in quell'isola solamente quale un invito a riprendere a lottare, così come, scioccamente, aveva smesso di fare troppo tempo prima, aveva rinunciato a compiere mesi prima, stagioni prima, impigrendosi sino a concedere il controllo assoluto alla sua sin troppo esuberante creatura.
Se Tahara aveva avuto successo nel prendere possesso del suo corpo, l'unica responsabile da colpevolizzare sarebbe dovuta essere riconosciuta qual proprio ella, proprio Carsa Anloch. Ella e nessun altro, dal momento in cui, così come l'esempio della Figlia di Marr'Mahew aveva dimostrato, e continuava a dimostrare, da più di quindici anni, ognuno avrebbe dovuto essere considerato l'unico autore del proprio destino. E, per lei, era giunto allora il momento di decidere: decidere se abbandonarsi ai capricci del destino qual un guscio di noce in mare aperto; oppure se reagire, se pretendere da sé qualcosa di più di quanto aveva preteso fino a quel momento, lottando per se stessa, per il proprio nome e per la propria identità. Non per Midda, pur ispirazione di tutto ciò, ma per se stessa, per l'unica persona che, così facendo, in tutta la propria vita, aveva dimostrato di non amare, rinunciando continuamente alla propria autodeterminazione in funzione di quella di decine, forse centinaia di altri personaggi, i quali, seppur soli non avrebbero potuto molto, in un quantitativo tanto elevato avrebbero potuto annichilirla da un istante all'altro, così come aveva stolidamente concesso di compiere alla propria versione pirata.

« Tahara… tu non esisti. Io esisto. Io! »

Una presa di posizione forte, decisa, energica che, per lei impossibile a dirsi, forse si rifletté anche nella realtà, tanta l'enfasi posta in ciò: forse in un grido, forse solo in un sussurro, forse e ancor meno in un semplice, afono movimento delle labbra, che pur, in quel momento sarebbe risultato essere pari a un potente ruggito, qual riprova del suo impegno nel ritrovare controllo sul proprio corpo, sulla propria mente, sul proprio cuore e, forse, persino, sulla propria anima.

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