11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 26 luglio 2012

1650


C
arsa non era sicura di quanto fosse avvenuto dal suo primo… risveglio.
Ovviamente ella era consapevole di non aver agito di propria iniziativa, così come aveva sperato potesse avvenire. Speranza, la sua, da ritenersi probabilmente persino ingenua, ove da troppi mesi la sua coscienza si era assopita e indebolita, per potersi permettere di credere in un rapido ritorno agli altari della gloria.
Ella era rimasta relegata dietro le quinte del palco teatrale della propria vita, nel mentre in cui Tahara, la seconda attrice, aveva preteso per sé il ruolo della prima attrice, stordendola e nascondendola ben legata fra gli attrezzi di scena, in modo tale che alcuno potesse ritrovarla. Per sua fortuna, comunque, l'unica persona al mondo che avrebbe mai potuto riuscire ad accorgersi della sua mancanza era sopraggiunta sull'isola di Rogautt e, proprio in grazia di Midda Bontor, ella aveva avuto la possibilità di un primo ritorno di coscienza, di un risveglio quasi insperato. Non era ancora stata in grado di liberarsi dalle corde nelle quali Tahara l'aveva confinata, però aveva già agito in misura tale da avvicinarsi al palco, strisciando e contorcendosi, e in ciò rendendosi conto di quanto, là fuori, stava accadendo.
Aveva tradito Midda. L'avea tradita ripetutamente. E, nonostante questo, ella non l'aveva abbandonata. Né, tanto meno, l'aveva realmente combattuta qual avversaria.
Ove, infatti, Tahara sarebbe potuta essere tanto cieca da non rendersi conto della verità, per quanto evidente, per quanto persino schiaffatale in volto, con forza, con violenza quasi rabbiosa; ella, Carsa Anloch, la prima attrice, non avrebbe mai potuto disconoscere i fatti per come presentatisi, la realtà palese di quanto avvenuto. Midda Bontor, ancora una volta, le aveva salvato la vita. Sì. Proprio così, perché la Figlia di Marr'Mahew avrebbe potuto ucciderla almeno una dozzina di volte in una dozzina di modi diversi nel corso della loro disfida, del loro duello… ma ogni volta aveva preferito frenare la propria mano, deviare la traiettoria dei propri attacchi, lasciandoli sfumare nel nulla ove avrebbero potuto essere per lei letali. E alla fine l'aveva privata di sensi, ma non per abbandonarla lì, in quell'isola maledetta, ma per condurla con sé.
Per condurla con sé verso la salvezza…

« Chi sei tu…?! » aveva domandato l'arrogante voce di Tahara, imponendosi nel silenzio della sua mente, della loro mente condivisa, per la prima volta prendendo contatto diretto con Carsa, nel rompere ogni barriera esistente fra creatore e creatura.
« Io sono Carsa Anloch… legittima proprietaria di questo corpo. » asserì con energia ella, tutt'altro che desiderosa di concedere ulteriore spazio in lei a chi già per troppo tempo le aveva negato il proprio stesso corpo « Mentre tu sei solo un personaggio… un personaggio frutto della mia fantasia e, mio malgrado, tanto arrogante da riuscire a strapparmi completamente il controllo dalla mia stessa vita. »
« Carsa Anloch… » scandì, lentamente, la donna pirata, quasi a voler soppesare ogni singola sillaba di quel nome e di quel cognome « No. Mai sentita. » sancì, minimizzandone l'importanza, il valore « Mi spiace, ma non ho la minima idea di chi tu sia… o di quali diritti tu possa pretendere quali tuoi per rivendicare il ruolo di mia creatrice. » soggiunse, con tono a metà fra la serietà e il giuoco « Sei forse, tu, una dea?! »
« No… ma per te dovrei esserle pari! » replicò la mercenaria, decisa a non permettere all'altra di farsi giuoco di lei più del dovuto « Io ti ho dato la vita. E come te l'ho data, ora me la riprendo! »
« Io non ho fede in alcun dio o dea al di fuori degli dei e delle dee dei mari! » contestò Tahara, ora con trasparente rabbia « Se tu fossi la dea che affermi essere, come avrei potuto controllare il tuo corpo per tutto questo tempo?! » questionò, per subito offrirsi l'unica risposta da lei accettabile « No. No, Carsa Anloch. Tu non sei una dea. Sei solo una donna. E, in questo momento, una parassita all'interno della mia mente! »
« … io… parassita?! »

Carsa restò per un lungo momento in silenzio, forse colpita, forse turbata, forse ancora offesa dalle parole a lei rivolte con tanta forza, con tanto carisma.
Aveva fatto un ottimo lavoro con Tahara. Aveva creato un'identità così perfetta da non poter permettere ad alcuno di porla in dubbio. Non a dei pirati. Non a Nissa Bontor. E neppure a lei stessa, lei che quel personaggio aveva concepito e plasmato in ogni proprio particolare.
Eppure non poteva accettare tutto ciò. Non poteva accettare di concedere a Tahara quella vittoria da lei così energicamente pretesa. Perché era lei, Carsa Anloch, a dover avere il controllo su di sé e sul mondo a sé circostante. Era lei la prima. Era lei che aveva dato origine a tutte le altre. E lo aveva fatto ispirata proprio dalle gesta di Midda Bontor, giovane guerriera, all'epoca, e pur già conosciuta in lungo e in largo, grazie a imprese che, sin da allora, associavano quel suo nome a quello di un'eroina leggendaria.
Era stata lei, Carsa Anloch, a servirsi di altre identità. E mai… mai… era stata asservita.
Lei… la prima attrice…

« Vattene, Tahara! » esclamò con energia, con forza, l'energia e la forza creatrice e distruttrice di una dea, in contrasto alla quale alcuna preghiera avrebbe avuto valore « Ritorna nei meandri della fantasia dai quali sei uscita, prima che, come ti ho creata, io ti distrugga, lasciandoti agonizzare in termini che mai, a donna in carne e ossa, potrebbero essere imposti… »
« Non ti temo, cagna parassita! » replicò, per tutta risposta, la pirata, non lasciandosi spaventare da quelle parole e dall'aura di potere in esse intrinseca, forza che avrebbe potuto e dovuto atterrirla, se solo avesse avuto coscienza di colei con la quale stava avendo a che fare « Fai pure del tuo meglio… »
« Oh… su questo ci puoi proprio contare. » confermò la mercenaria, offrendo macabra conferma a quanto suggeritole dall'avversaria.

Quanto avvenne, in conseguenza a quell'invocazione di sfida e in ottemperanza all'avvertimento di Carsa sul pericolo da Tahara corso, fu a dir poco devastante, in un combattimento privo di armi, privo di pugni, calci, graffi o morsi, privo di strategie o tecniche, ma non per questo meno violento di quanto non sarebbe potuto essere in caso contrario.
Carsa, madre di tutte le creature che mai aveva avuto modo di interpretare nella sua vita, alcune solo per meno di un quarto d'ora, altre per giorni o settimane intere; rivolse tutta la propria furia in contrasto a Tahara, la figlia ribelle, desiderosa non semplicemente di colpirla, ma, addirittura, di smembrarla nella propria più intima essenza, ridurla a quelle immagini primordiali, a quei pensieri basilari, dai quali era derivata, dai quali era nata, riportandola a uno stato ancor più embrionale di quanto non avrebbe potuto compiere con un essere umano in carne e ossa, di quanto non avrebbe potuto permettersi con alcun incantesimo, con alcuna stregoneria. Perché ella, in quel momento, stava agendo in tutto e per tutto quale la dea che Tahara l'aveva ironicamente e beffardamente indicata essere. E come dea, ella stava punendo il frutto di un proprio diletto creativo per la propria supponenza, per la propria superbia, per il proprio egocentrismo che l'avevano condotta a ipotizzarsi superiore a colei alla quale doveva la propria esistenza, il proprio presente, il proprio passato e il proprio avvenire.
E Tahara, proprio malgrado, creatura e non creatrice, non poté fare altro che subire il prezzo del proprio desiderio di libertà, di indipendenza, di autodeterminazione dopotutto non così diverso da quello che ogni giorno, da tutta la propria vita, la stessa Midda Bontor inseguiva con tutte le proprie energie, desiderosa di essere riconosciuta non quale semplice ludo di un qualche dio o dea, ma quale identità degna di rispetto, persona capace di definire il percorso della propria vita solo con la propria volontà. Ma quella pirata, a differenza della Figlia di Marr'Mahew, nulla poté per imporre la propria espressione d'indipendenza in contrasto ai voleri della sua creatrice, di colei che per lei avrebbe dovuto essere riconosciuta come dea. E, così, come dal nulla era sorta, nel nulla tornò ad annichilirsi, perdendosi irrimediabilmente in quel limbo dove, all'alba, muoiono i sogni.

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