11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 6 luglio 2012

1630


E
quando trova il proprio anfratto

felice appare come un matto,
dimostrando di non aver paura
umile figlio di madre natura.

Perché se notte gatto rende matto
nel buio scusando ogni misfatto,
notte e buio son solo natura
nulla più, nulla men, senza iattura.

Ma il gatto matto non vuol misfatto
seppur si muova piano, di soppiatto,
dell'Incubo combatte la iattura
con tutta la propria grande bravura.

Perciò se a muoversi di soppiatto
senti sopra il tetto un bel gatto,
non ti allarmare, è sol bravura...
il suo gran senso per l'avventura.

Midda, non diversamente dal gatto matto della filastrocca, si poneva allora su quei tetti alla ricerca di un Incubo… un Incubo che, per quanto lontano da quelli del mito, era pur tale nella sua vita da quasi vent'anni, dandole il tormento e privandola della possibilità di vivere serenamente la propria esistenza. Come il gatto matto, ella non stava cercando un qualche misfatto, quanto, e piuttosto, giustizia, nel riequilibrio di un ordine cosmico purtroppo infrantosi nel momento in cui fra lei e Nissa era scoppiata quell'oscena faida, utile solo a seminare distruzione e morte attorno a entrambe, in misura maggiore a quella che, comunque, sarebbe probabilmente stata loro assegnata dal fato.

Corre di notte libero il gatto
sui tetti cercando un anfratto,
o forse cercando un'avventura
a dimostrar di non…

« … aver paura. »

Nella ripresa della filastrocca, che quelle cinque strofe avrebbe ripetuto all'infinito, in un incatenamento reciproco e costante non solo di rime, ma anche di parole; dalle labbra della Figlia di Marr'Mahew spontanee sfuggirono quelle ultime parole, nel confronto, alfine, con la tanto cercata dimora della gemella. E quanto questa le si parò innanzi la costrinse, per un istante, a dubitare di aver compiuto la scelta corretta.
Innanzi al suo sguardo, infatti, non era una semplice dimora, una villa, per quanto eventualmente vasta, come quella della famiglia di lady Lavero a Kirsnya. No. Ciò che le si offrì era, a tutti gli effetti, un palazzo degno di un re, o di una regina nella fattispecie, che si estendeva su un'area sì vasta che, probabilmente, le sarebbe occorsa almeno, in una stima ottimistica, mezza giornata per perquisirla nella propria integrità, ricercando, al suo interno, la padrona di casa, sua nemesi. Su ben tre piani, infatti, essa si ergeva a partire dal punto più alto della città, proponendosi, a tutti gli effetti, simile a una cittadella all'interno della città, nel concedersi, addirittura, estranea ai canoni tipici tranithi, nei quali era stata eretta il resto di Rogautt, e ispirata, più austeramente ed efficacemente, a livello bellico, alle forme kofreyote, prive di fronzoli, prive di decorazioni, è squadrate, in un netto rifiuto di ogni rotondità, e con esse di ogni debolezza. E per ben oltre la sua capacità di penetrazione all'interno delle ombre della notte quella reggia si estendeva, in larghezza, almeno sessanta piedi alla sua destra e altrettanti alla sua sinistra, lasciando chiaramente intuire come, comunque, quello avesse da considerarsi semplicemente l'inizio di un percorso maggiore.
Tre piani in altezza, escludendo un piano interrato; un'estensione non meglio definita in larghezza, ma probabilmente superiore ai duecento piedi; e chissà quanto ancora in profondità, dal suo punto di vista non valutabile; avrebbe significato almeno un centinaio di stanze, nella visione, in effetti, più ottimistica della situazione. Ragione per la quale improbabile sarebbe stato per lei sperare di riuscire a individuare, al suo interno, la collocazione della sua gemella, a meno di un incredibile colpo di fortuna. Purtroppo però, ella si era da sempre rifiutata di credere nella fortuna qual soluzione utile ai propri problemi, preferendo confidare su se stessa, sulle proprie capacità, sulle proprie forze, ancor prima che su qualche bizzarro allineamento stellare o, ancora, sulla benevolenza di un qualche dio, capriccioso o meno che potesse essere. Triste motivo per il quale, innanzi a tutto ciò, fu costretta a temere, per quel fugace istante, di aver pianificato la più stupida fra tutte le strategie, tale per cui la fine dei propri compagni era stata ormai già segnata.
Fu proprio in quel momento, in quel frangente di necessaria disperazione, che il suo sguardo, spaziando fra le numerose finestre bifore e trifore lungo la facciata del palazzo, inciampò in un'immagine che, per un istante, credette frutto di un'allucinazione o, peggio, del ritorno nel regno dei vivi, qual spettro, del proprio un tempo tanto amato Salge Tresand… perché l'immagine dell'uomo, in una propria versione giovanile, ancora adolescente o poco più, si palesò fra quegli stretti pertugi, illuminata dalla luce di una lanterna da lui stesso sorretto fra le proprie mani.
Ma se quella fosse stata un'allucinazione, così come uno spettro, sopraggiunto dal regno dei morti per assistere, finalmente, alla vendetta per la propria ingiusta morte, di certo si sarebbe voltato verso di lei e le avrebbe rivolto, quantomeno, uno sguardo, un momento di attenzione, sicuramente consapevole della sua presenza su quel tetto, innanzi alla straordinaria edificazione. Così non fu. E il giovane Salge, o chiunque egli fosse, si limitò a continuare a conversare con un interlocutore esterno allo spazio della coppia di finestre, del tutto indifferente alla figura che, con trasparente e assoluto stupore, sbalordimento incontenibile, lo fissava come avrebbe potuto fissare un'allucinazione o uno spettro, in cuor suo, addirittura, sperando che alfine si rivelasse tale.
Sgradevolmente non solo ciò non si dimostrò tale, eludendo completamente ogni sua aspettativa, ma peggiorò definitivamente di lì a breve, nei termini più disastrosi che ella avrebbe mai potuto immaginare, anche sforzandosi intensamente. Dopo un periodo di tempo che ella, a posteriori, non poté e non avrebbe potuto definire, smarritasi completamente nella contemplazione di quell'inattesa e imprevedibile immagine; la figura a quel giovane interlocutrice si manifestò nel momento in cui si mosse in avanti, per abbracciarlo con un gesto dolce, privo di passionalità e, altresì, carico di desiderio di protezione, di tutela nei suoi confronti. E nel manifestarsi, seppur alla luce tremula di quella lampada a olio, non vi sarebbero potuti essere dubbi di sorta nel merito di chi ella fosse: non, per lo meno, da parte di chi a lei del tutto simile, identica addirittura, in quanto nate gemelle dallo stesso ventre. Ad abbracciare quella copia giovanile di Salge Tresand fu, allora e infatti, Nissa Bontor, sua sorella e sua nemica, stringendolo a sé con lo stesso amore, con lo stesso affetto che solo una madre avrebbe potuto dimostrare per suo figlio.
E in tale abbraccio, in simile unione, l'intero mondo di Midda Bontor, lì ridotta al ruolo di semplice spettatrice, sembrò franarle completamente addosso, negandole ogni concetto ritenuto verità sino a quel giorno, negandole ogni ricordo del proprio passato, in funzione di un nuovo, assurdo presente, nel quale ella, da protagonista, stava venendo ridotta al ruolo di antagonista, di cattiva della storia.

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